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L'incoerenza Calcio-Governo e la pandemia

 14 luglio 2020- Il calcio: Arlecchino servitor di due padroni  (Governo e Club).

La richiesta del Presidente del Consiglio dei Ministri di prolungare al 31.12 2020 lo “ stato di emergenza”, consentendo così allo stesso di regolamentare, iure proprio, la nostra vita sociale ed economica, apre gli occhi anche ad un popolo distratto “ dal pallone”, che viene somministrato, praticamente tutti i giorni, allontanandolo da altri “pensieri” , in una logica di negazione di ogni principio di democrazia, di legalità, di libertà, tanto cari alla nostra Costituzione.

In tale senso, il sistema calcio si è prestato ad essere una valida spalla.

La sistematicità con cui, con semplici atti amministrativi (DPCM), si gestisce la realtà legislativa, economica e sociale del nostro Paese, svuota di qualsiasi sostanza e contenuti il ruolo del Parlamento.

In questa sede, ciò che preme evidenziare è la totale e continua violazione dei diritti dei tifosi ed il ruolo “gianesco” del sistema calcio, di servitore dell’autarchia attuale e di “ difesa dei tifosi” (sic!).

 

Aver interpretato il Decreto “Cura Italia” ( D.L. 17 marzo 2020, convertito con L. 24.aprile 2020,n.27) nel senso di estendere i voucher anche agli “spettacoli” sportivi, in sostituzione del diritto, sancito giudiziariamente, di ottenere il rimborso cash delle quote di abbonamento e/o dei biglietti non utilizzabili a causa la chiusura degli stadi per pandemia, costituisce una palese violazione, uno svuotamento, di un diritto; prima ancora, viene meno un rapporto fiduciario ed emotivo quale quello che si instaura tra tifoso e Club.

Sostituendo i rimborsi ( con i voucher) un pasticcio tutto italiano ( cfr. Il Corriere della Sera dell’11 giugno 2020).

Di fronte ad un intervento normativo (art. 88 Decreto”Cura Italia”)  prevedente “Il rimborso di titoli di acquisto di biglietti per spettacoli, musei e altri luoghi della cultura”, le società di calcio si sono appellate al 2° comma che prevede “l’emissione di un voucher di pari importo al titolo di acquisto da utilizzare entro un anno dall’emissione”.

In questa logica, inquadrando la gara sportiva come uno “spettacolo”, dovendosi escludere che lo stadio sia un museo, o un luogo della cultura (anche se di un certo tipo di cultura si potrebbe comunque parlare).

Tutto ciò, viene formalizzato in aperto contrasto con i procedimenti, da tempo, avviati dall’AGCOM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) in danno di ben 9 società di calcio della Serie A: Atalanta, Cagliari, Genoa, Inter, Lazio, Milan, Juventus, Roma, Udinese.

Queste ultime che, nei rispettivi contratti di abbonamento avevano escluso il diritto al rimborso per gli abbonati, denunciando, così, i comportamenti vessatori in danno dei consumatori -tifosi acquirenti (In tal senso vedasi la Nota “Federsupporter e Antitrust” dell’8 gennaio 2020).

Si noti come l’Antitrust abbia segnalato, coerentemente alla propria impostazione giuridica, sia al Parlamento sia al Governo, “le criticità del Decreto Rilancio, tra cui il ricorso al voucher come strumento di rimborso dopo l’emergenza Covid” ( cfr. Redazione Economica, 7 luglio 2020).

Norma in aperto contrasto con tutta la normativa ed i regolamenti UE che tutelano i consumatori, ai quali DEVE essere concesso il diritto di poter scegliere tra rimborso cash e voucher.

E la presa in giro dei tifosi da parte delle società sportive trova una ulteriore e deprimente conferma nella lettera che il Parma Calcio ha indirizzato, postandola sul proprio sito, il 27 giugno scorso.

In questa lettera, soffusa di buonismo, si nega espressamente il diritto al rimborso monetario, precisando che “tutti gli abbonamenti per la stagione 2019-2020 sono annullati”.

Ciò significa che tutti gli abbonati che hanno versato, con largo anticipo, il costo relativo al loro abbonamento alle gare della stagione calcistica, finanziando così le casse del club, con un atto di fiducia da un lato e di impegno economico dall’altro, vengono ora ulteriormente penalizzati.

Viene così esaltato il famoso principio art. 5 chi c’ha i soldi ha vinto”.

E questa ingiustizia viene fatta passare per una “soluzione la più equilibrata…” in un panorama che ha “costretto le società di calcio a portare a termine il campionato”.

Così come patetica è la “sensazione straziante che proviamo ogni volta che viene dato il fischio di inizio negli stadi deserti“.

Ma pecunia “non olet” per il club; purtroppo “olet” per chi ha anticipato notevoli mezzi finanziari ad un sistema dipendente dai diritti TV, non per scelta, ma per insufficienza gestionale dei club stessi e dei loro padroncini.

Così i danni del sistema dovrebbero essere suddivisi”tra azionisti, tesserati, broadcaster, sponsor e tutti gli stakeholders”.

Orbene, mentre per i tifosi i danni sono facilmente quantificabili, sarebbe opportuno, realistico, ma ,soprattutto, etico, anche in termini di trasparenza e di credibilità delle affermazioni, quantificare i danni sopportati da tutti gli altri soggetti nominati nella lettera.

In tutto questo scenario, è ancora più chiaro il ruolo del sistema calcio manifestato dall’Assemblea di Lega Serie A di ieri, 13 luglio, che ha “ribadito la necessità di favorire al più presto, nel pieno rispetto delle condizioni di sicurezza la riapertura parziale degli stadi al pubblico”.

Quindi da un lato, il Governo  chiede il protrarsi dello stato di emergenza in forza della drammaticità della situazione  epidemica , dall’altro il calcio apre, ed in modo discriminatorio, gli stadi, ovviamente “solo” per consentire ai tifosi ( la cui sofferenza è insopportabile !) di riabbracciare il loro sogno infranto da una strategia dei club improntata unicamente al business.

E così ai tifosi, come al popolo italiano viene servito un piatto, ma solo a quei commensali scelti, che sono esclusi da qualsiasi rischio epidemico, in virtù di chissà quale miracolosa medicina.

Alla faccia della democrazia, della libertà e del rispetto sociale.

 

Alfredo Parisi

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