E' uscito il nuovo libro di Federsupporter

Da Repubblica.it:
Calcio, Parisi, "Le società padronali sono fuori mercato: coinvolgano i tifosi"

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L'impresa sportiva come impresa di servizi: il supporter consumatore

Di Alfredo Parisi e Massimo Rossetti

Via le Barriere allo Stadio Olimpico ????

Le barriere divisorie nelle Curve dello Stadio Olimpico di Roma : adesso si può .

E prima non  si poteva ?

In prima pagina, con il titolo a tutto tondo “ VIA LE BARRIERE ADESSO SI PUO’”, il “Corriere dello Sport” del1° febbraio, annuncia che nella prossima settimana, grazie all’intervento del Ministro per lo Sport, Lotti, saranno rimosse le barriere divisorie nelle Curve dello Stadio Olimpico di Roma.

Notizia di cui, se sarà effettivamente confermata nei fatti, Federsupporter non può che rallegrarsi,  avendo, da subito e sistematicamente, agito con atti formali nei confronti delle Istituzioni preposte ( Prefettura di Roma e Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive), affinchè tali barriere fossero rimosse.

L’unico rammarico è che, se Federsupporter non fosse stata lasciata sola in questa battaglia, in specie da parte dei tifosi e degli organi di informazione, fatta salva qualche rara eccezione, probabilmente si sarebbe potuto arrivare alla suddetta rimozione con largo anticipo.

 

Da sottolineare sono le dichiarazioni del Presidente del CONI, Malagò, il quale attribuisce la prevista rimozione delle barriere al fatto che i tifosi hanno dimostrato di meritare fiducia.

Ma, a mio avviso, non è tanto che i tifosi hanno dimostrato di meritare fiducia, quanto, piuttosto, che sono le Istituzioni, sportive e statali,  che hanno meritato la sfiducia dei tifosi, i quali, come è dimostrato dalle rilevazioni di soggetti indipendenti ( vedasi, da ultimo, la percentuale di calo del 17,8% delle presenze all’Olimpico registrata dall’Osservatorio Calcio Italiano a dicembre 2016 rispetto alla fine del Campionato scorso), hanno disertato lo Stadio, in specie dopo l’introduzione delle barriere.

Sicchè potrebbe lapidariamente dirsi che, anche grazie alle barriere ,“ il malato è guarito, infatti è morto”.

Viene anche da supporre che quel “ percorso virtuoso” addidato al momento dell’introduzione delle barriere quale condizione per rimuoverle, dall’allora Prefetto Gabrielli, nonché riconfermato dall’attuale Prefetto Basilone, sia consistito proprio nel fatto che i tifosi, anziché andare allo stadio se ne fossero rimasti a casa.

Sarei, inoltre, curioso di sapere dal Presidente del CONI , Malagò, se, avendo dichiarato in una sua intervista a “La Gazzetta dello Sport” del 19 marzo 2014 che i dirigenti del calcio delegittimano il sistema e che il danno da essi fatto è incalcolabile, egli ritenga se, nel frattempo, detti dirigenti, così come i tifosi, abbiano dimostrato di meritare fiducia.

In ogni caso, quanto alla rimozione delle barriere, meglio tardi che mai.

La vicenda, però, offre lo spunto per una rinnovata riflessione sulla perdita di identità, di ruolo e di dignità dei tifosi.

Questi ultimi autorelegatisi, sempre di più, a sudditi, ai quali compete soltanto il diritto al mugugno.

Ecco, quindi, che qualsiasi cosa li riguardi viene dall’alto: vuoi dai padroni delle società vuoi dalle Istituzioni, calcistiche e statali.

I tifosi, pertanto, non chiedono, non pretendono, non propongono più nulla, subendo passivamente la “ qualunque” venga loro imposto, giusto o, più spesso, sbagliato che sia.

Essi sembrano, ormai, aver definitivamente accettato di essere trattati alla stregua di “ minus habentes”, di “ utili idioti”, quando non di vere e proprie “ societates sceleris” .

Nel nome di una, a mio avviso, male intesa passione,  essi vengono sistematicamente strumentalizzati secondo il motto “ credere, obbedire, pagare”.

Ed ecco che, così, risulta, di fatto, molto più facile che la loro impropria ed unica rappresentanza finisca per essere ad esclusivo appannaggio di gruppi in cui si possono facilmente infiltrare violenti, facinorosi, se non veri e propri soggetti criminali che utilizzano il tifo per ben altri, non nobili scopi.

La conseguenza è che le società e le Istituzioni, calcistiche e statali, finiscono, a loro volta, per doversi confrontare solo con tali gruppi e che, per contrastarli ed arginarli, si sentano in diritto di ricorrere a misure fortemente securitarie, di cui le barriere sono un tipico esempio e che si ispirano all’opposto di un noto slogan “ colpirne mille per educarne dieci”.

Emblematico, a questo proposito, è che il Segretario dell’Associazione Nazionale dei Funzionari di Polizia, Letizia, dichiari che “ Rimuovere le barriere è una resa ai violenti, lo Stato non può permettersi di cedere”.

 A mia volta, mi permetto sommessamente di fare presente al suddetto Segretario che nel nostro ordinamento vige il principio di civiltà giuridica secondo il quale la responsabilità, non solo penale, è personale e, quindi, non può esistere legittimamente un principio di responsabilità collettiva, a meno che non venga dimostrato che ci si trovi in presenza di associazioni criminali e a delinquere.

Ricordo, al riguardo, che la Corte di Cassazione, III Sezione Penale, con sentenza n. 22266, 3 febbraio/27 maggio 2016, in materia di “Daspo collettivo”,  giudicato illegittimo, ha sancito i seguenti principi :

Ebbene, pacifica la natura amministrativa del divieto di accesso,la natura giuridica ambigua della misura dell’obbligo di comparizione,attratta nell’area delle misure di prevenzione atipica, implica comunque la necessità di un confronto con il principio costituzionale di personalità della responsabilità penale, sancito dall’art. 27 Cost. Invero, sebbene l’art. 27, comma 1, delimiti l’operatività del principio espressamente alla sola responsabilità penale, e nonostante la giurisprudenza costituzionale escluda che esso possa assumere rango di parametro di costituzionalità con riferimento alle violazioni amministrative…. Pur essendo principio ordinario riconosciuto in materia amministrativa dall’art.  3 l.689 del 1981, nondimeno va escluso che l’applicazione di una misura di prevenzione atipica quale l’obbligo di comparizione in occasione di manifestazioni sportive, limitativa di primari beni di rilevanza costituzionale, possa essere fondata su una responsabilità collettiva, retaggio di trascorse, e non illuminate, epoche storiche e giuridiche. Del resto, non può negarsi che il Daspo,  nella dimensione prescrittiva, si connoti in termini di misura parapenale, in ordine alla quale una interpretazione convenzionalmente conforme impone il rispetto dei fondamentali principi costituzionali penalistici. In tal senso, deve dunque affermarsi che l’applicazione del Daspo, nella dimensione prescrittiva dell’obbligo di comparizione, deve rispettare il principio di personalità sancito dall’art. 27, comma 1 Cost……. Nel caso in esame, l’ordinanza impugnata ha convalidato la misura nei confronti di tutte le persone presenti a bordo del pulmann ove sono state rinvenute le armi improprie e gli oggetti contundenti, per la sola condizione di essere stati presenti, ma prescindendo da qualsivoglia elemento concreto in grado di indiziare il fatto del collegamento tra i singoli e le armi”.

Non solo, ma la Corte di Cassazione soggiunge, con parole di inusitata durezza,  che siamo nel campo di una “ logica di un tipo normativo elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca”.

Né si comprende per quale motivo non si possano, così come, finora invano, reiteratamente proposto da Federsupporter, introdurre anche in Italia modelli, positivamente sperimentati in altri Paesi, come la Germania, quali la creazione, nell’ambito degli stadi, di settori, facilmente controllabili anche a distanza, riservati ai tifosi più appassionati: settori in cui si possa assistere alla partita in piedi, utilizzando bandiere, striscioni, strumenti acustici, a percussione, fermi restando il divieto di  impiego di strumenti pirotecnici e fumogeni.

Stadi, quelli di altri Paesi con i quali abitualmente ci confrontiamo, sempre pieni, non solo di gente, ma anche di colore e passione.

A ciò, in Italia e, in specie a Roma, si contrappone la desertificazione dello Stadio Olimpico, in cui una ormai “ sparuta minoranza” assiste alle partite, quasi come si assiste alla Santa Messa, in un clima di mestizia diffusa e in un assordante silenzio che consente di udire persino le voci dei calciatori, degli allenatori e degli arbitri in campo.

Si è detto e si dirà che è tutta colpa delle barriere.

Ma questo non è vero o, almeno, è vero solo in parte.

E non lo è soprattutto per quanto riguarda la tifoseria laziale.

Se, infatti, finora, il tifo organizzato della Curva Sud della Roma è stato coerente con il dichiarato proposito di disertare la predetta Curva in segno di protesta contro le barriere, il tifo organizzato della Curva Nord della Lazio, subito dopo il 14 luglio scorso, data della imponente manifestazione di circa 10.000 tifosi laziali in Roma, Piazza Santi Apostoli, per protestare, sì contro le barriere, ma, soprattutto, contro la politica e gestione societarie, ha deciso di tornare nella Curva, anche persistendo le barriere.

Nonostante ciò, lo spettacolo offerto dallo Stadio Olimpico nelle gare casalinghe della Lazio è spettrale.

E’, dunque, legittimo pensare che la decisione suddetta, al di là delle pur legittime motivazioni ad essa addotte, sia stata interpretata quale un “ la guerra è finita” ,“ tutti a casa”, tant’è che, per l’appunto, i tifosi della Lazio hanno mostrato di starsene nelle loro case.

Ma, nel caso della Lazio, la vera ragione dell’abbandono dello Stadio da parte dei tifosi risiede, come qualcuno ancora si ostina ad ignorare o a far finta di ignorare, nella contrarietà alla politica ed alla gestione societarie.

Una politica ed una gestione che, pressoché ininterrottamente, dal luglio 2004 ad oggi,  si sono caratterizzate e distinte per aperto disprezzo nei confronti dei tifosi, di tutta la storia della Società precedente al luglio 2004 e dei protagonisti principali di tale storia.

Aggiungasi il significativo contributo all’introduzione delle barriere nelle Curve dato dall’azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di gestione della Lazio, il quale ebbe a dichiarare che “ Nelle Curve si è creata una zona franca , si deve sapere che c’è spaccio di droga, merchandising falso e prostituzione. Per estirparle occorrono processi per direttissima e tolleranza zero”.

Senza dimenticare ricorrenti espressioni usate dal sunnominato nei confronti dei tifosi, quali, per esempio : “ lobotomizzati”, “i tifosi della Lazio mi fanno un malloppo di boc….ni”, “cosa rispondo ai tifosi che non hanno digerito il mercato ? Niente, se hanno il mal di pancia prendessero un Alka Seltzer”.

Ne è risultato e ne risulta che la Lazio non venga più percepita dai suoi tifosi o, almeno, dalla stragrande maggioranza di essi, come una cosa propria, una cosa cara, una testimonianza, non solo di tifo, ma di vita, tramandata dai padri e dagli avi, una cosa di famiglia, una cosa per cui vale la pena di gioire e di soffrire.

Della Lazio, in altre parole, sembra sia rimasta soltanto una denominazione e dei colori sociali, ma che essa sia stata privata della sua anima,della sua storia, delle sue tradizioni, dei suoi personaggi simbolo, della sua stessa essenza e della sua stessa ragion d’essere; insomma, un corpo senz’anima.

E si ha voglia di dire, come pure alcuni dicono, che “ la Lazio è la Lazio”, che la squadra ed i suoi giocatori vanno distinti dalla Società e da chi la rappresenta e gestisce: distinguo, questi, molto, troppo sottili.

Distinguo che non tengono conto del fatto che le persone giuridiche si immedesimano nelle persone fisiche di chi le rappresenta e gestisce e che l’immagine proiettata e percepita dalle e delle persone giuridiche è quella proiettata da coloro i quali le rappresentano e gestiscono e che è questa l’immagine che ne viene percepita.

Il tutto aggravato, sempre nel caso della Lazio, da opinion maker che hanno abituato ed abituano i tifosi alla supina accettazione di tutti i voleri e di tutte le decisioni societarie, a non pretendere nulla di diverso, a non sognare traguardi più ambiziosi, a rassegnarsi ad una realtà immodificabile e perpetua.

Una “ dottrina” portata avanti, in particolare, da alcuni giornalisti e opinionisti, talmente ligi e devoti a tutto quello che decide e fa la Società, al punto da poterli scherzosamente qualificare come “ le ultime raffiche di Lotito”, a somiglianza di come si autodefiniva un tristemente passato Presidente della Lazio  e, cioè,  “ l’ultima raffica di Salò”.

 Un’altra causa spesso tirata in ballo a giustificazione della desertificazione dello Stadio Olimpico è quella della indisponibilità, da parte della Lazio e della Roma, di uno stadio proprio.

Causa che può essere senz’altro vera ma che, a mio parere, non sminuisce, per quanto riguarda la Lazio, la principalità e la prevalenza della causa in precedenza indicata.

In tema di stadi occorre dire, innanzitutto, che nella Città di Roma la legittima esigenza di disporre di stadi di proprietà delle due squadre romane è stata ed è strumentalizzata per realizzare ben altro.

Fa fede di ciò la vicenda in corso relativa all’impianto di Tor di Valle che, in realtà, contempla non uno stadio con annessi insediamenti commerciali, bensì, viceversa, un colossale insediamento commerciale con annesso stadio.

Una vicenda che sta dando luogo ad una sorta di “telenovela” amministrativo-politica che vede le amministrazioni pubbliche competenti a decidere, così come affermato dal Presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, nel suo recente discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario amministrativo, connotate da “ paura di decidere”, votate “ a difendersi più che a fare”, con la conseguenza che “ quando non si amministra per legge, al giudice si impone talvolta, suo malgrado, di amministrare per sentenza”.

Dal lato della Lazio, si assiste ad una totale inerzia ai fini della realizzazione di uno stadio di proprietà, dopo le iniziali sortite per realizzare su un’area a destinazione agricola, di proprietà e/o nella disponibilità dell’azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di gestione della Società, area gravata da numerosi vincoli ambientali, paesaggistici e idrogeologici, di un colossale insediamento residenziale e commerciale con annesso stadio.

Nel contempo, si è dovuto e si deve prendere atto della pervicace contrarietà all’idea di trasformare l’attuale Stadio Flaminio, in totale e completo abbandono, nello Stadio della Lazio e, più in generale, nella “Casa della Lazio”.

Quanto sopra nel rispetto della storia, non solo sportiva, ma anche sociale e popolare, della Città, della Società calcistica e di quella che è la più grande Polisportiva europea.

Purtroppo, anche per quello che concerne lo Stadio Flaminio, si assiste alla passività della tifoseria laziale e al disinteresse, sempre fatta salva qualche rara eccezione, degli organi di informazione che, pur sollecitati, non hanno appoggiato e non stanno appoggiando il Progetto presentato da tempo, allo scopo di cui sopra, da Federsupporter sia al Comune di Roma sia al CONI.

E’ probabile, dunque, che lo Stadio Flaminio, stando così le cose, finirà per collassare su sé stesso ovvero per essere abbattuto con insediamento al suo posto di uffici o di centri commerciali e/o adibiti a spettacoli e ristorazione, così vanificandosi un patrimonio, lo ribadisco, non solo sportivo, ma anche sociale, culturale e popolare della Città.

 Avv. Massimo Rossetti

 

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