E' uscito il nuovo libro di Federsupporter

Da Repubblica.it:
Calcio, Parisi, "Le società padronali sono fuori mercato: coinvolgano i tifosi"

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L'impresa sportiva come impresa di servizi: il supporter consumatore

Di Alfredo Parisi e Massimo Rossetti

Lo Stadio per la Roma a Tor di Valle: “Questo Stadio s’ha da fare” . “Famo stò Stadio” ma non “Famolo strano”.

Ecco come il Manzoni, nel Capitolo I dei “Promessi Sposi”, descrive l’incontro tra i Bravi di Don Rodrigo e Don Abbondio: “Or bene, - gli disse il Bravo, all'orecchio, ma in tono solenne di comando- questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”.

Al che Don Abbondio, interrogato dal Bravo su che cosa si dovesse riferire all'illustrissimo Signor Don Rodrigo, rispose: “Il mio rispetto… disposto… dispoto sempre all'obbedienza”.

Perché, qualcuno si potrà chiedere, questa reminiscenza letteraria?

 

Perché, a mio avviso, ad essa sembra ispirarsi  l’hastag “Famo stò Stadio” lanciato dall’allenatore della AS Roma, Spalletti.

Più, infatti, che un accorato appello, il “Famo stò Stadio” ricorda “l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull'intraprendere una ribalderia” che il Manzoni attribuisce all'atteggiamento intimidatorio del Bravo.

Alla sortita di Spalletti ha fatto immediatamente seguito lo scatenamento dei tifosi della Roma sui social, accompagnato dal “Grido di dolore” degli organi di informazione cittadini, in specie del quotidiano sportivo della Capitale.

Indignati proclami, però, a mio parere, basati, in larga parte, su alcune, non sempre disinteressate, mistificazioni e su, non sempre altrettanto disinteressati, equivoci.

Mi sforzerò, quindi, ancora una volta, di sintetizzare come segue alcuni di quelli che reputo elementi cruciali di tutta questa complessa ed intricata vicenda.

  1. Lo Stadio a Tor di Valle non è – sarà – della AS Roma spa

Lo Stadio è –sarà – di una società, la StadioTVD (STADCO), con sede a Milano, costituita dalla Società Euronova spa del costruttore Parnasi, proprietaria del 50,4% dell’area su cui sorgerà un così detto “Business Park”, con annesso stadio,  e la AS Roma SPV LLC, società americana sostanzialmente equivalente ad una srl italiana, con sede nello Stato del Delaware, paradiso fiscale statunitense, che, a propria volta, controlla la Società NEEP Holding Roma che controlla la AS Roma spa, quest’ultima quotata nella Borsa italiana.

Un sistema, cioè, che viene tecnicamente definito di “scatole cinesi”, in base al quale il soggetto controllore di ultima istanza dell’impianto di Tor di Valle, così come della AS Roma spa è, in definitiva, la Società SPV LLC del Delaware.

Società di cui, ai sensi della legge di quello Stato americano, non è possibile conoscere i soci, i cui profitti godono di notevoli benefici fiscali e di cui non è praticamente possibile tracciare i flussi finanziari in entrata e in uscita.

Ne consegue che la AS Roma spa sarà solo l’utilizzatrice a titolo oneroso, non la proprietaria, dello stadio, così come, oggi, è l’utilizzatrice a titolo oneroso dello Stadio Olimpico, senza, pertanto,  che lo Stadio a Tor di Valle possa costituire un incremento patrimoniale della suddetta AS Roma spa.

A tale proposito, osservo che le normative UEFA sul fair play esludono da quest’ultimo gli investimenti effettuati dalle società di calcio nell’ammodernamento o nella costruzione di impianti sportivi, proprio perché detti investimenti sono considerati utili ai fini dell’incremento patrimoniale delle società stesse.

  1. Enorme sproporzione tra cubature e superficie dell’impianto sportivo e cubature e superficie del “ Business Park”

Lo  stadio vero e proprio rappresenta appena il 14 % di cubatura rispetto all'86 % della cubatura rappresentata da negozi, uffici, alberghi, insomma da quell'insieme (15 edifici destinati ad esercizi commerciali, 3 grattacieli alti oltre 220 metri destinati ad uffici privati) denominato “Business Park”.

La superficie edificabile di cui al Progetto è di complessivi 345.000 mq, rispetto ai 112.000 mq massimi consentiti dal vigente Piano Regolatore del Comune di Roma.

La legge sugli stadi (legge n.147/2013) stabilisce (art.1, comma 304, lettera a) che "Lo studio di fattibilità non può prevedere altri tipi di intervento, salvo quelli strettamente funzionali alla fruibilità dell’impianto”.

E’ ben vero che, nella stessa disposizione, si dice che lo Studio di fattibilità deve essere   funzionale anche “al raggiungimento del complessivo equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa”.

Ma, al riguardo, nelle "Linee guida all’applicazione della legge per lo sviluppo per l’impiantistica sportiva” del CONI, si legge che “La fruibilità dell’impianto sportivo e il raggiungimento del complessivo equilibrio economico finanziario sono assicurati dalla presenza, organizzata ed equilibrata, delle seguenti sezioni funzionali che costituiscono la struttura dell’impianto sportivo stesso: Sezione Attività sportiva, Sezione dei Servizi di supporto, Sezione per il pubblico, Sezione Media, Sezione impianti tecnici, Sezione servizi ausiliari…La legge 147/2013 tende a garantire la fruibilità dell’impianto ed il complessivo equilibrio economico finanziario, escludendo, nel contempo, interventi non indispensabili a tale scopo, ma volti a fini diversi (interventi residenziali,)…fermo restando che gli spazi di supporto e i servizi complementari non possono essere eccedenti le necessità strettamente coinvolte con la fruibilità degli spazi di attività sportiva previsti nell’intervento. A titolo di esempio uno stadio, un palasport, un complesso polisportivo di grandi dimensioni e con numerosi impianti possono ( devono) richiedere la presenza di adeguati servizi complementari quali, ad esempio, una o più sale riunioni e convegni, spazi museali, servizi commerciali, spazi di ristorazione, luoghi di incontro”  ( pag. 12  della Rivista trimestrale di CONI Servizi “ Spazio Sport”, n. 28, anno VIII, gennaio / febbraio 2014 ).

E, ancora. ” L’attività edilizia associata all’intervento sportivo può essere utile o non utile: Se trattasi di semplice speculazione, è di breve periodo e non contribuisce all’equilibrio finanziario di lungo termine, dunque non utile. E’ opportuno ricordare che, ai sensi di legge, una eventuale concessione edilizia è parte sostanziale dell’iniziativa ed è assimilata ad un contributo pubblico, concesso solo per mettere in equilibrio il modello finanziario. Un progetto di intervento su un impianto sportivo sostenibile nel lungo periodo deve prevedere invece alcune attività a supporto e completamento da affiancare a quella puramente sportiva, per la soddisfazione degli utenti e la tranquillità economica del gestore. Ecco allora il sorgere di centri polisportivi e polifunzionali, con la presenza di attività ludiche e commerciali  comunque legate allo sport” (pag. 17, op.cit.).

Alla luce di tutto quanto precede, può, per davvero e sul serio, sostenersi che il “ Business Park” sia da considerare  a supporto e completamento, di affiancamento allo Stadio, oppure, al contrario, è da considerare lo Stadio a supporto e completamento, di affiancamento al “Business Park” ?  Quest’ultimo può essere considerato un’attività ludica e commerciale legata allo sport?

Come, inoltre, non ritenere che il suddetto “Business Park” sia, ai sensi di legge, una concessione edilizia assimilata ad un contributo pubblico, necessario soltanto per mettere in equilibrio il modello finanziario?

Come, altresì, conciliare un siffatto contributo pubblico con il fatto che la legge n.147/2013 prevede solo ( art.1, comma 304) che si possa ricorrere all’utilizzo delle risorse del Fondo di Garanzia per il credito sportivo, costituito con la legge finanziaria per il 2003, nonché all’impiego di finanza privata ?

Laddove non è consentito ricorrere a contributi pubblici: né sotto forma di finanziamenti né sotto forma di concessioni edilizie (così detta “moneta urbanistica”) a carico della Pubblica Amministrazione.

  1. Preferenza per il recupero di impianti già esistenti o nuovi da localizzare in aree già edificate

L’art.1, comma 305, della legge n. 147/2013 stabilisce che gli interventi da essa previsti vanno fatti preferenzialmente, ove possibile, mediante l’ammodernamento di impianti già esistenti o, se nuovi, da localizzare in aree già edificate.

Secondo le già richiamate “ Linee guida” del CONI, la suddetta legge ufficializza tali interventi preferenziali,” facendo leva sulla logica del minore impatto possibile …. in caso si voglia dar corso ad intervento in area diversa da quelle ritenute preferibili dal legislatore ovvero non si proceda al recupero di impianti già esistenti, lo studio di fattibilità dovrà contenere motivazioni idonee a consentirne l’approvazione ( per esempio,non convenienza economica del recupero, insufficienza di spazi adeguati ad allocare il complessivo intervento nelle aree edificate, etc.)”( cfr. Op. cit. pag. 11).

Nella Deliberazione n. 132 del 22 dicembre 2014 della precedente Amministrazione capitolina che ha determinato il pubblico interesse del Progetto preliminare, presentato da Euronova spa, pur essendo richiamata la predetta norma di legge, non si rinviene, tuttavia, alcuna motivazione della impossibilità di procedere  o all’ammodernamento di impianti già esistenti o alla localizzazione del nuovo impianto in aree già edificate.

Ammodernamento e localizzazione che, come è evidente, richiederebbero di gran lunga meno opere infrastrutturali.

Né può essere sostenibile, a mio avviso, che l’intervento a Tor di Valle possa costituire ammodernamento dell’ippodromo ivi esistente e dismesso dal 2013, poiché un impianto sportivo dismesso da anni non può essere ritenuto come esistente ai fini voluti dalla legge n. 147/2013.

  1. La Deliberazione n. 132 del 22 dicembre 2014 va annullata perché illegittima o, in alternativa, va revocata per sopravvenuta, diversa valutazione del pubblico interesse

Le numerose e corpose valutazioni negative del Progetto in questione, presentate ufficialmente il 1° febbraio scorso sia dal Comune di Roma sia dall’Area Metropolitana, configurano, in realtà e nella sostanza, numerosi e corposi motivi di illegittimità della Deliberazione in oggetto.

In base a tali valutazioni, pertanto, il Comune di Roma dovrebbe, conseguenzialmente, procedere all’annullamento per illegittimità della suddetta Deliberazione o, in alternativa, ove pure la ritenesse legittima, alla sua revoca per sopravvenuta, diversa valutazione del pubblico interesse.

In quest’ultimo caso, al soggetto proponente, Eurnova spa, non dovrebbe essere riconosciuto alcun risarcimento del danno,bensì un equo indennizzo che tenga conto esclusivamente del danno emergente e non del lucro cessante e delle spese, rigorosamente documentate e necessarie, sostenute dal proponente stesso per la trasformazione del Progetto preliminare in Progetto definitivo.

E’, infatti, solo dal momento di tale trasformazione, in attuazione di tutte le condizioni necessarie previste dalla Deliberazione n. 132, che può ritenersi sorto in capo al proponente un legittimo affidamento sulla successiva approvazione, in sede di Conferenza di servizi decisoria, del Progetto definitivo.

Senza tenere conto, poi, del fatto che l’equo indennizzo è dovuto, ammesso che il proponente non avesse conosciuto o non avesse potuto conoscere elementi ostativi all’approvazione del Progetto.

Ciò che, invece, a mio avviso, non è consentito, è lo stravolgimento, in sede di Conferenza di servizi decisoria, del Progetto definitivo ad essa pervenuto,dovendo la Conferenza stabilire soltanto se tale Progetto è approvabile oppure no, a parte eventuali, non sostanziali modifiche.

In altre parole, non è – sarebbe- almeno legittimamente consentito apportare al Progetto definitivo modifiche sostanziali, senza un previo provvedimento di annullamento della Deliberazione n. 132 o di sua revoca.  

Si tenga presente, altresì, che le condizioni elencate nella suddetta Deliberazione sono definite come necessarie, per cui il venir meno anche di una sola di esse, fa venire meno tutti gli assensi al Progetto, caducandone ex tunc il pubblico interesse.

Aggiungasi che la stessa Deliberazione n. 132 prescrive che il Progetto definitivo deve rispettare le condizioni poste dagli Uffici ed Enti intervenuti nelle Conferenze di servizi.

  1. La sospensione dei termini del procedimento richiesta ed ottenuta dal Comune di Roma risulta incompatibile con la Determinazione di dissenso presentata dallo stesso Comune

Il Comune di Roma ha richiesto ed ottenuto nella riunione della Conferenza di servizi del 31 gennaio scorso la sospensione di trenta giorni dei termini del procedimento, motivata dalla necessità di acquisire ulteriori atti e pareri e di completare il proprio iter valutativo.

Il giorno dopo, 1° febbraio, lo stesso Comune ha presentato la propria Determinazione di dissenso all’approvazione del Progetto.

Un comportamento, come è evidente, assolutamente contraddittorio e incompatibile con la motivazione addotta alla richiesta di sospensione.

Una sospensione, peraltro, secondo me, illegittima, poiché il Decr.lgs.n.127/2016 di riordino della disciplina della Conferenza di servizi prevede che il termine di conclusione della stessa è perentorio e che tutto ciò che non viene esplicitato e motivato nel corso della Conferenza costituisce silenzio-assenso

Come spiegare e giustificare, quindi, il comportamento contraddittorio e incompatibile del Comune di Roma?

Una ipotesi è che, stabilendo il suddetto Decreto  che il dissenso deve essere costruttivo dovendo indicare le condizioni alle quali l’Amministrazione dissenziente ritiene di poter mutare il dissenso in consenso, probabilmente il Comune di Roma ha voluto evitare, da un lato, che la mancata espressione della propria Determinazione entro il 1° febbraio scorso avesse potuto essere considerata, a posteriori, quale un silenzio-assenso e, dall’altro, che il dissenso manifestato avesse potuto essere, sempre a posteriori, considerato illegittimo in mancanza dell’indicazione delle condizioni per mutare il dissenso in consenso.

  1. Le posizioni prevalenti e il ruolo preminente attribuito alle Amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali o alla tutela della salute e della pubblica incolumità.

La Determinazione conclusiva della Conferenza di servizi decisoria deve basarsi sulle posizioni prevalenti espresse dalle Amministrazioni partecipanti per il tramite dei rispettivi rappresentanti unici.

La giurisprudenza della Corte Costituzionale ( vedasi, in particolare, la sentenza n. 85 del 9 maggio 2013) ha sancito che, ai fini del bilanciamento degli interessi in gioco, tra diritti costituzionalmente protetti, prevale quello o prevalgono quelli di più elevato rango costituzionale, cosicchè, qualora il diritto di iniziativa economica confligga con diritti ambientali, culturali e paesaggistici, a dover recedere è senz’altro il diritto di iniziativa economica.

Quanto sopra, anche considerato che l’iniziativa economica, pur libera, non può, però, svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e in modo da arrecare danno alla sicurezza, libertà, alla dignità umana ( art. 41 Costituzione).

Che, d’altronde, i diritti ambientali, culturali e paesaggistici siano meritevoli di particolare tutela è dimostrato anche dal fatto che l’art. 14 quinquies della legge n.241/1990, come novellato dal Decr.lgs n.127/2016, riconosce alle Amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, dei beni culturali o alla tutela della salute o della pubblica utilità, il diritto di opporsi alla Determinazione motivata di conclusione positiva della Conferenza, comportando l’opposizione la sospensione dell’efficacia di tale Determinazione.

Opposizione la cui decisione è demandata, in ultima istanza, al Consiglio dei Ministri.

Decisione che, essendo i vincoli ambientali così detti “ob rem”, vale a dire dovuti in base a valutazioni scientifiche e tecnico-professionali e non essendo, perciò, secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale, oggetto di libera discrezionalità politico-amministrativa, deve, pertanto, avere valore meramente ricognitivo di rigorosi accertamenti eseguiti da organi scientificamente, tecnicamente e professionalmente a ciò abilitati e preposti.

A titolo esemplificativo, si pensi agli accertamenti ed alle valutazioni delle Autorità di Bacino in merito al rischio di esondazioni in aree sottoposte al vincolo idrogeologico.

  1. Come uscirne?

Al punto cui si è giunti l’unica soluzione possibile e più conveniente per tutti è, a mio avviso, quella di un annullamento concordato della Deliberazione n.132 del 22 dicembre 2014 con elaborazione di un nuovo Studio di fattibilità, anch’esso previamente concordato con il Comune e la Regione, da approvarsi rapidamente in Conferenza di servizi preliminare e decisoria.

In assenza di ciò, prevedo che si vada tutti a sbattere contro un muro rappresentato da un defatigante, costoso ed aleatorio contenzioso giudiziario.

In altri termini, non è improbabile che si verifichi quanto detto dal Presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno, nel suo discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario amministrativo e, cioè che “ Quando non si amministra per legge, al giudice si impone, tuttavia, suo malgrado, di amministrare per sentenza”.

Quello che si vuole e si deve evitare, non è certamente il legittimo e sacrosanto diritto della AS Roma e dei suoi tifosi a realizzare e fruire di un moderno, confortevole, redditizio impianto sportivo, analogo a quello già realizzato in Italia dalla Juventus ed a quelli realizzati in altri Paesi europei con i quali ci confrontiamo, bensì’ che, con il pretesto dello stadio, si realizzi una colossale speculazione edilizia che nulla o poco ha a che vedere con lo stadio stesso.

Per concludere, come dice Spalletti, “Famo stò Stadio” , ma, soggiungo, per dirla alla Carlo Verdone, “Non famolo strano”.

Avv. Massimo Rossetti

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