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25 ANNI DALLA MORTE DI BORSELLINO

25 ANNI DALLA MORTE DI BORSELLINO

di Giulia Taccari

Sono nata nel 1992, quindi, non ho vissuto gli anni delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Gli anni delle stragi per mano della mafia, gli anni di terrore dell’Italia.

Non ho vissuto tutto questo e non ne ho ricordo, ma ho i costanti racconti di mia madre.

 

Il 19 luglio 1992 ero incinta di te e per lo spavento che presi pensai davvero di partorire con settimane di anticipo. Sono stati mesi brutti, anni difficili e dopo la morte di Falcone tutti noi non sapevamo che direzione stessimo prendendo, ma alla fine c’era una parte di noi che aveva ancora speranza. Poi però quel 19 luglio le speranze sono finite nell’attimo esatto in cui la radio diede la notizia che era morto il giudice Paolo Borsellino. Ce lo aspettavamo tutti, ma nessuno voleva sentirlo”.

25 anni fa, il 19 luglio 1992 alle ore 16:58, moriva il giudice Paolo Borsellino insieme ai cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, rimasto alla guida della macchina che aveva lasciato il giudice davanti la casa della madre in una normale domenica pomeriggio.

Vullo racconterà “Improvvisamente è stato l'inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L'onda d'urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina”.

La strage lascia ancora oggi dei dubbi e degli interrogativi mai risolti nonostante i lunghi e numerosi processi: le proteste sulla sicurezza di Via D’Amelio; l’agenda rossa;  il palazzo in costruzione.

In un’intervista del giugno 1992 Paolo Borsellino disse “ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montano alla fine del luglio del 1985, credo. Mi disse: ‘Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano’”.

Con questo spirito, in quegli anni, sono stati  portati  avanti il pool antimafia e il maxiprocesso, passando per le continue stragi attorno a loro, per il soggiorno all’Asinara, per le morti dello stesso Cassarà, del generale Dalla Chiesa, del giudice Livatino, di Boris Giuliano e di tutti gli altri ; volti e nomi impossibili da elencare, ma di cui è doveroso il ricordo.

Cosa ci rimane oggi di quegli anni?

Ci rimane quanto accaduto di recente: un busto di Falcone sfregiato e danneggiato a Palermo; la stele dedicata al giudice Rosario Livatino fatta a pezzi.

Ci rimane forse questo?

Il ministro Orlando in visita alla scuola Falcone ha parlato di “riscatto complessivo per grandi pezzi del nostro Paese. Usciamo da una stagione in cui si è pensato che tutto si potesse approntare in termini di rigore, austerità, tagli di bilancio. Poi si scopre che non aver investito nella dimensione sociale, spesso, rende vani degli sforzi che sono stati fatti su altri fronti”.

Forse è così, o forse, semplicemente, la memoria è spesso troppo poco viva e alimentata.

A me nessuno ha mai insegnato a scuola chi fossero i giudici Falcone e Borsellino, nessuno ha mai fatto leggere un libro a riguardo.

 C’è voluta coscienza personale ed educazione civica di chi mi sta attorno: dai miei genitori, alle mie sorelle, alle persone che sono state un insegnamento.

 Ma, soprattutto, c’è voluta la Facoltà di legge per conoscere, davvero, queste storie; per conoscere il numero di pagine di cui era composto il maxiprocesso per il quale lo stesso Pietro Grasso disse “Si trattava di circa quattrocentomila fogli processuali, tutti da studiare. […] Mentre mi trovavo lì a studiare le carte passò Paolo Borsellino. Mi vide così in difficoltà a raccapezzarmi tra tutte quelle carte, tra tutti quegli episodi e mi fornì le sue famose rubriche, quelle dove con una calligrafia minuta aveva annotato tutti gli omicidi, tutti i delitti e tutte le corrispondenze delle pagine dove si trovavano le dichiarazioni e le accuse per quel tipo di reato.

Ma non tutti studiano legge, non tutti hanno la possibilità di avere qualcuno che ti spieghi le cose: lì servono le istituzioni, serve la scuola, serve la formazione.

Forse, allora, c’è bisogno di questo: restituire la memoria, restituire la dignità di un ricordo che non può e non deve essere cancellato dalla memoria degli italiani: di chi c’era e di chi non c’era.

Ricostruire quegli anni, raccontarli senza paura, ricordare tutti i grandi nomi morti per mano della mafia, di chi faceva il proprio lavoro e di chi provava a resistere alla propria realtà. Per non dimenticare nessuno, perché ognuno fu parte di quelle pagine tristi, ma che ci hanno consegnato grandi uomini di Stato.

In autunno, la Rai dedicherà una fiction alla figura di Rocco Chinnici. La figlia Cristina ha recentemente dichiarato “Mio padre ebbe l’intuizione di creare un gruppo di giovani magistrati […] ma non è diventato un eroe nazionale come loro perché è morto prima della tragica escalation della guerra Stato-mafia e non tuti lo conoscono”.

Su questo è giusto interrogarsi: Falcone e Borsellino furono la punta di un drammatico iceberg che non va dimenticato.

Il 19 luglio 1992 la morte di Borsellino ha rappresentato forse l’apice di quei terribili anni, forse il punto più basso del nostro Stato, il momento più tragico, ma deve essere anche la rappresentazione di un punto di forza per l’Italia: la mafia esiste, parlare di mafia serve, parlare con i giovani è un dovere civico e tutti noi siamo chiamati a portarlo avanti.

A 25 anni dalla sua morte, oggi, più che mai, c’è bisogno di contemplare, insegnare e parlare di Paolo Borsellino.

A 25 e più anni dalle morti di tutti loro è giusto ricostruire quel periodo e consegnarlo alle nuove generazioni, affinché ci sia coscienza popolare, consapevolezza e responsabilità civica.

 

 

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