E' uscito il nuovo libro di Federsupporter

Da Repubblica.it:
Calcio, Parisi, "Le società padronali sono fuori mercato: coinvolgano i tifosi"

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Lo status giuridico del tifoso

 6 novembre 2017

 Chiusura di settori dello stadio: lo status giuridico del tifoso. Una proposta di Federsupporter

 La sanzione della chiusura di settori dello stadio comminata dalla Giustizia sportiva pone, sempre di più, il problema del se e, in caso affermativo, quale status giuridico debba essere attribuito al tifoso, nonché il problema di prevenire la suddetta chiusura.

Il tifoso non è un soggetto dell’ordinamento sportivo, ma atti e decisioni di tale ordinamento possono incidere su diritti soggettivi ed interessi legittimi dello stesso: sia quale cittadino sia quale consumatore, in quest’ultimo caso nel momento in cui acquista titoli di accesso ( biglietti o abbonamenti) allo stadio.

 

Nonostante ciò, l’ordinamento sportivo spesso si atteggia nei confronti del tifoso, non solo ritenendolo un extraneus, ma considerandolo alla stregua di una res, in modo, cioè, non troppo dissimile da quello con il quale erano trattati gli schiavi nell’antica Grecia e nell’antica Roma.

Vale a dire soggetti il cui status giuridico veniva declinato solo in negativo, privi di tutti quei diritti riconosciuti al civis ed anche al peregrinus.

Ecco allora che l’ordinamento sportivo pensa di poter ribaltare  sanzioni disciplinari nei confronti di soggetti che lo compongono anche su soggetti, quali i tifosi, ad esso estranei. 

Accade così che si ritenga essere normale, anzi doveroso, che la sanzione disciplinare sportiva a carico delle società della chiusura di settori dello stadio, a titolo di responsabilità oggettiva delle stesse società per condotte degli spettatori, sia automaticamente trasferita, quanto agli effetti, su questi ultimi, sebbene non, individualmente e personalmente, identificati come autori e responsabili di condotte vietate.

Ne consegue che, di fatto, la responsabilità oggettiva, che costituisce un principio tutto proprio, per non dire un unicum, dell’ordinamento sportivo, viene ribaltata su incolpevoli soggetti estranei al suddetto ordinamento, con lesione di loro diritti soggettivi previsti e garantiti dall’ordinamento generale.

Questa la ragione per cui alcuni – molti – ritengono pacificamente che la chiusura di un settore dello stadio decisa dalla Giustizia sportiva, quale sanzione disciplinare nei confronti delle società, precluda automaticamente agli incolpevoli abbonati in quel settore di assistere alla partita o alle partite interessate dal provvedimento sportivo 

Con il che, lo ribadisco, la responsabilità oggettiva viene, di fatto, estesa dalle società ai suddetti abbonati.

Non solo, ma, così come sancito dalla sentenza n.60004, Sezione X, del Tribunale Civile di Roma in data 22 marzo scorso,  si ha che, in questo modo, la Giustizia sportiva finisce per arrogarsi il diritto,  che assolutamente non le compete e non ha, di irrogare un sostanziale Daspo di gruppo o collettivo, che dir si voglia, posto che esso è, per l’appunto,  un provvedimento ( misura di prevenzione atipica) con il quale si proibisce a qualcuno o a taluni di assistere a gare sportive.

Peraltro, come da me in più occasioni sottolineato, l’ordinamento sportivo gode di autonomia ma non di indipendenza dall’ordinamento generale, se non limitatamente alle così dette “regole tecniche”: cioè quelle che disciplinano l’organizzazione e lo svolgimento delle gare.

Pertanto, regole e decisioni dell’ordinamento sportivo non possono mai legittimamente incidere in negativo su posizioni di diritto soggettivo o di interesse legittimo previste e garantite dall’ordinamento statale.

Al riguardo, la Corte Costituzionale, con sentenza n. 49 del 16 febbraio 2011, ha stabilito che l’autonomia dell’ordinamento sportivo recede dinanzi a situazioni giuridiche soggettive rilevanti per l’ordinamento statale, dovendosi, in caso di conflitto, pur fatta salva la sanzione sportiva che non può essere annullata, procedere a forme di tutela di natura risarcitoria.

In altre parole, qualora un provvedimento della Giustizia sportiva impugnato, esauriti tutti i gradi della predetta Giustizia, dinanzi alla giurisdizione amministrativa esclusiva del TAR del Lazio, così come dispone la legge n.280/2003, fosse giudicato lesivo di diritti soggettivi o interessi legittimi, fermo restando il provvedimento sportivo,  le Istituzioni sportive che avessero adottato quel provvedimento sarebbero tenute  a risarcire  coloro i quali, tesserati o terzi, risultassero danneggiati.

Danni che possono essere patrimoniali e non patrimoniali. 

Si pensi, a titolo esemplificativo, agli incolpevoli abbonati preclusi da una sanzione disciplinare sportiva, comportante la chiusura di un settore dello stadio, dal poter assistere alla gara o alle gare per le quali hanno pagato un prezzo.

Abbonati che, oltre a poter chiedere ed ottenere il risarcimento del danno patrimoniale nella misura della quota o delle quote di abbonamento, non per loro colpa e responsabilità, potuto usufruire, potrebbero chiedere ed ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale costituito dal così detto “ danno esistenziale”; danno che potrebbe configurarsi come ingiusta limitazione di attività realizzatrice della persona nei rapporti umani,quale il divieto di recarsi in determinati luoghi, nella fattispecie, allo stadio ( cfr. sentenza Tribunale Bari 26 novembre 2014, depositata il 24 febbraio 2015).                   

L’accusa di slealtà rivolta alla Lazio ed al suo Presidente, in violazione dei doveri di cui all’art. 1 bis del Codice di Giustizia Sportiva (CGS) della FIGC, è, dunque, priva di qualsiasi fondamento e ragionevolezza.

Ciò in base ad una serie di elementi e circostanze che possono essere di seguito così elencate.

  1. Precedenti in cui, in casi identici, nessuna obiezione è stata mossa dalle Istituzioni sportive per il fatto che ad abbonati in settori dello stadio, chiusi a causa di sanzioni della Giustizia sportiva, sia stato consentito di assistere in altri settori a partite interessate da tali sanzioni.
  1. La responsabilità oggettiva, come in precedenza osservato, non può essere estesa, di diritto o di fatto, a incolpevoli soggetti estranei all’ordinamento sportivo.
  1. La sanzione sportiva comportante la chiusura di settori dello stadio non può trasformarsi, in via di fatto , in un Daspo: sia perché l’ordinamento sportivo non è legittimato ad emanare provvedimenti che abbiano sostanzialmente la stessa natura e gli stessi effetti, sia perché provvedimenti del genere, ove applicati a gruppi di persone, richiedono, per essere legittimamente irrogati, una partecipazione attiva del singolo alle condotte vietate. Partecipazione attiva che, secondo quanto sancito dalla Cassazione, anche a Sezioni Unite, non sussiste per la mera,  casuale e fortuita presenza fisica nel gruppo e neppure per la mera connivenza  con le condotte vietate. Connivenza che consiste nell’assistere passivamente e nel non disapprovare tali condotte.
  1. Per quanto rilevato sub 2 e sub 3, ove la SS. Lazio non avesse permesso agli incolpevoli abbonati nel settore chiuso dello stadio di poter usufruire dell’abbonamento in altri settori, sarebbe, pressochè certamente, incorsa nell’obbligo di risarcire i danni, patrimoniali e non patrimoniali, così arrecati agli abbonati stessi. Cosa che, essendo la SS Lazio una società per azioni, per giunta quotata, avrebbe esposto i suoi amministratori al rischio di essere chiamati a rispondere di un comportamento caratterizzato da imperizia, mancanza di diligenza e prudenza, integrante un vero e proprio atto di mala gestio.
  1. Con la decisione adottata la SS. Lazio ha lealmente agito nei confronti delle Istituzioni sportive, evitando che esse, qualora avessero impedito alla Società di consentire agli incolpevoli abbonati nel settore chiuso di utilizzare il loro abbonamento in altri settori, avessero potuto essere chiamate in giudizio a rispondere, in solido con la Società, dei danni così arrecati a tali abbonati.
  1. Ammesso e non concesso che l’operato della SS Lazio fosse da considerarsi sleale, si tratterebbe, comunque, di slealtà dovuta ad errore scusabile, in quanto commesso senza colpa e senza conoscibilità dell’errore, nella ragionevole ed in perfetta buonafede convinzione di adempiere un obbligo giuridico previsto da norme dell’ordinamento statale e da sentenze del Giudice ordinario.

Richiamo, inoltre, l’attenzione sul fatto che affermazioni e dichiarazioni pubbliche che hanno qualificato o qualificassero l’operato della SS Lazio come un escamotage, uno stratagemma, un trucco, un mezzo fraudolento per aggirare ed eludere norme e regole, potrebbero essere ritenute gravemente lesive della reputazione e dell’onorabilità sia della Lazio, persona giuridica, sia dei suoi amministratori, persone fisiche,  come tali perseguibili ai sensi di legge.

Alla luce di tutto quanto sin qui esposto, non esiste, dunque, alcun “ buco normativo” dell’ordinamento sportivo il cui riempimento possa legittimamente consentire di vietare ad incolpevoli abbonati in settori dello stadio, chiusi a seguito di provvedimenti della Giustizia sportiva, di usufruire del loro abbonamento in altri settori.

Un divieto del genere, infatti, come detto, sarebbe contra legem ordinaria e fonte di risarcimento di danni, patrimoniali e non patrimoniali, a carico delle società e delle Istituzioni sportive da cui il divieto promanasse.

Neppure, a mio avviso,  la Giustizia sportiva, nell’impossibilità di adottare un divieto del genere, potrebbe essere spinta a decidere per la chiusura dell’intero stadio, posto che, in questo caso, si costringerebbero le società a dover sopportare l’ingente onere economico del risarcimento dei danni a favore degli incolpevoli abbonati in tutti i settori dello stadio.

Cosa che, oltretutto, potrebbe indurre i tifosi a non abbonarsi, con ulteriore, grave danno per le società e per l’intero sistema calcio, contribuendosi, in questo modo, alla desertificazione degli stadi.

La soluzione onde prevenire ed evitare condotte vietate negli impianti sportivi e, quindi, la conseguente chiusura di settori di tali impianti potrebbe, invece, essere rappresentata dalla decisione delle società di non vendere biglietti ed abbonamenti a persone da esse ritenute pericolose o non gradite.

Soluzione giuridicamente legittima, come già da me prospettato in sede di partecipazione per Federsupporter ai lavori della Task Force , istituita nell’ambito del Ministero dell’Interno, che nell’aprile 2014 ha redatto un documento sulla sicurezza negli impianti sportivi. 

Legittimità derivante dal fatto che, essendo lo stadio un luogo aperto al pubblico, l’organizzatore dello spettacolo sportivo che si svolge in quel luogo, indipendentemente dal titolo giuridico ( proprietà, affitto, convenzione d’uso) che consente l’utilizzo del luogo stesso, ben può decidere a chi permetterne, oppure no, l’accesso. 

Ed è quello che normalmente avviene, per esempio, relativamente ad altri luoghi aperti al pubblico, come le discoteche, dove addetti alla sicurezza verificano, all’entrata, l’accessibilità o inaccessibilità di alcune persone, tenendo presente che i titoli di accesso agli stadi sono nominativi. 

Naturalmente una decisione del genere presuppone ed implica che le società siano disposte a non avere o interrompere qualsiasi genere di rapporto, palese o non palese,  con alcuni soggetti o gruppi di soggetti, ancorchè non sottoposti a Daspo, però da ritenersi, comunque, pericolosi o sgraditi.

Persone o gruppi di persone che, perciò, non possono essere ora criminalizzate ora angelicate dalle società a seconda  di  mutevoli comodi ed interessi delle società stesse e di chi le rappresenta e gestisce.

Avv. Massimo Rossetti

 

 

 

 

 

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