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L'Avv. Rossetti sullo 'Stadio della Roma'
 

In difesa dei Tifosi : Udinese-Roma

 14 febbraio 2018

Udinese-Roma del 17 febbraio 2018 : continua ad applicarsi l’illegittimo principio di responsabilità collettiva.

Il Prefetto della Provincia di Udine, con propria ordinanza del 9 febbraio scorso, ha decretato, nei confronti dei tifosi romanisti, il divieto di trasferta ad Udine per assistere alla partita Udinese-Roma  del 17 febbraio prossimo.

Il provvedimento è stato preso sulla base della Determinazione n. 6 del 7 febbraio scorso dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive che ha ritenuto il predetto incontro “ connotato da profili di alto rischio”.

 

Valutazione condivisa , con Determinazione dell’8 febbraio scorso, dal Comitato di Analisi per la Sicurezza delle Manifestazioni Sportive ( CASMS) , “ Anche in considerazione dei recenti atti di violenza posti in essere dalla tifoseria romanista in occasione dell’incontro Hellas Verona- Roma del 4 febbraio 2018”.

In ordine al divieto in questione, hanno espresso parere favorevole sia il Comitato Provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica sia il Questore di Udine.

A sostegno del divieto la Questura di Udine ha posto la nota A 4/18/DIGOS del 9 febbraio scorso in cui  vengono elencati una serie di comportamenti negativi, risalenti anche al 2016, attribuiti non a “ tifosi della Roma”, bensì, indistintamente ed indiscriminatamente, “ ai tifosi della Roma”.

L’ordinanza in oggetto è un tipico provvedimento di polizia qualificabile come ordinanza di necessità ed urgenza ex art. 2 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza ( TULPS) emanato dal Prefetto territorialmente competente in caso di urgenza o grave necessità pubblica per la tutela dell’ordine e la sicurezza, per l’appunto, pubblica.

Si tratta dell’esercizio di un potere notevolmente ampio, ma che, secondo la Corte Costituzionale ( sentenza n. 26 del 1961), va pur sempre esercitato  entro il limite rappresentato dal rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico, nonchè, in base all’art. 1 della Legge n. 241/1990 sul procedimento amministrativo, entro il limite rappresentato dal rispetto dei principi del diritto comunitario.

L’ordinanza, come qualsiasi altro provvedimento amministrativo, è impugnabile in sede giurisdizionale dinanzi al TAR territorialmente competente al fine di verificarne la legittimità, potendo chiedere ed ottenere i soggetti, che si ritengono lesi nei loro diritti soggettivi ed interessi legittimi,  il conseguente risarcimento dei danni subiti.

L’impugnazione, quindi, è utile, non solo allo scopo di fare sospendere ed annullare l’ordinanza ritenuta illegittima, ma anche, anzi soprattutto, ove ciò non fosse utile per ragioni temporali, per conseguire da parte degli interessati il suddetto risarcimento.

Peraltro, rilevo che analogo provvedimento inibitorio è stato assunto in Lega Pro nei confronti dei tifosi del Lecce relativamente alla prossima gara con la Sicula Leonzio a Catania.

Orbene, inquadrate giuridicamente natura e funzione dell’ordinanza in parola, essa rivela, purtroppo, come alcune Istituzioni dello Stato ( in specie Questori, per quanto riguarda la comminazione di Daspo e Prefetti, per quanto riguarda ordinanze inibitorie ex art. 2 del TULPS), si mostrino inclini ad applicare nei confronti dei tifosi di calcio provvedimenti illegittimi sul piano costituzionale e del diritto comunitario.

A questo proposito, non posso che ribadire  le considerazioni   già da me espresse in precedenti scritti consultabili sul sito www.federsuppoer.it ( cfr., in particolare, da ultimo, le mie Note del 9 febbraio scorso relativamente ai fatti di Lazio-Cagliari del 22 ottobre 2017).

Il Daspo di gruppo o collettivo, così come ordinanze inibitorie quali quella adottata dal Prefetto di Udine, si rifanno al principio di responsabilità collettiva.

Un principio che la Cassazione ( Sezione III penale, sentenza n. 22266 del 3 febbraio/ 26 maggio 2016), con riferimento al suddetto Daspo, ha, senza mezzi termini, definito “ retaggio di trascorse, e non illuminate, epoche storiche e giuridiche”.

Non solo, dovendosi respingere “ una interpretazione declinata nell’ottica del “ diritto penale d’autore” ( il Taterstrafrecht) , nella terminologia della letteratura di lingua tedesca dove è stato elaborato il concetto), secondo la logica del “ tipo normativo d’autore” ( il Taterty p, elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca),  capace di annidare i più insidiosi frutti ermeneutici proprio nell’applicazione del tentativo e nel concorso di persone, e riaffermata, nell’ottivca costituzionale del “ diritto penale del fatto” …. Una interpretazione che non prescinda dall’individuazione – e dunque nella sua proiezione probatoria dalla prova- di un fatto integrante la partecipazione attiva, anche nella dimensione psichica ( intesa come determinazione, istigazione o,comunque, adesione e rafforzamento dell’altrui proposito), alle condotte violente, minacciose o intimidatorie. Non è dunque la presenza nel gruppo a rilevare ai fini dell’applicazione del Daspo, bensì la partecipazione individuale all’azione del gruppo”.

Nella citata sentenza, altresì, si legge : “ Del resto, anche alla luce dei criteri “ sostanzialistici” di individuazione della “ materia penale”, costantemente affermati dalla Corte EDU di Strasburgo a proposito dell’art. 7 CEDU, non può negarsi che il Daspo nella dimensione prescrittiva, si connoti in termini di misura “parapenale”, in ordine alla quale una interpretazione “ convenzionalmente “ conforme impone il rispetto dei fondamentali principi costituzionali penalistici”.

Principi tra  i quali quello della responsabilità penale personale ex art. 27 ,comma 1, Costituzione.

Circa i criteri di individuazione della materia penale affermati dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo,tali criteri includono nella materia penale ogni provvedimento che abbia carattere punitivo e/o afflittivo, a prescindere dalla qualificazione formale di un fatto quale illecito penale prevista dall’ordinamento interno di uno Stato.

Né può negarsi il carattere afflittivo di una ordinanza, come quella di cui trattasi, che incide sulla libertà di circolazione, garantita dall’art. 16 della Costituzione, impedendo ad una o più persone di recarsi nel luogo dove si svolge una manifestazione sportiva.

La Cassazione, nell’escludere che si possa prescindere dalla partecipazione individuale all’azione del gruppo, limita la latitudine ermeneutica ed applicativa delle fattispecie “ in termini tali da escludere la mera connivenza o, addirittura, la semplice presenza fisica, anche casuale o occasionale, all’interno di un gruppo, richiedendosi un quid pluris consistente nell’individuazione di un ruolo attivo- inteso come adesione e/o apporto del singolo ad azioni violente, minacciose o intimidatorie- di ciascun appartenente al gruppo”.

Laddove, a proposito di connivenza, quest’ultima consiste nel comportamento di chi assiste alla commissione di un reato senza intervenire, non avendo nessun obbligo giuridico di farlo.

Misure, come quelle del Daspo di gruppo o come quelle dell’ordinanza in oggetto, che, non solo non servono, ma in cui “ risultati applicativi si sono rivelati dannosi, addivenendosi ad una applicazione della misura a soggetti che, in realtà, non avevano fatto alcunché. L’unica colpa, si ripete, è quella di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato e vicino alle persone sbagliate. Questo è davvero poco,  sia per l’applicazione del Daspo di gruppo, sia per l’eventuale ordine di comparizione. La conseguenza- la sanzione di un innocente- non può essere silenziosamente tollerata in un moderno Stato di diritto. Potrebbe, dunque, parlarsi di una misura interdittiva del sospetto” ( cfr. “Daspo di gruppo : oltre all’inutilità la beffa”, dell’Avv. Francesca D’ Urzo, in “ Rivista di Diritto ed Economia dello Sport”, pagg. 155-156, Vol. XII, Fasc.2,2016).

Avv. Massimo Rossetti.

 

 

 

                                                          

 

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