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Federsupporter e il Diritto al tifo

   16 marzo 2018 -Diritto soggettivo dei tifosi di assistere a gare corrette.

Sempre più si sta facendo strada nei tifosi la coscienza, come sempre sostenuto e portato avanti da Federsupporter, di essere non solo destinatari passivi ed inerti di doveri e prescrizioni, ma anche titolari attivi di specifici diritti soggettivi, meritevoli di tutela, all’occorrenza in sede giudiziaria.

E’ nota e direi, ormai, storica la battaglia di Federsupporter affinchè, mediante una integrazione del Codice del consumo, venga riconosciuto e definito lo specifico status giuridico del tifoso quale consumatore di spettacoli sportivi.  

 

Al riguardo, ricordo che, grazie a Federsupporter,  nella precedente legislatura venne presentata nell’ottobre 2015 una proposta di legge ( Atto Camera n. 3255) che, purtroppo, il Parlamento non ebbe modo di esaminare ed approvare.

Federsupporter, pertanto, non mancherà di attivarsi perché la suddetta proposta possa essere ripresentata e approvata nel corso della legislatura appena iniziatasi.

Ciò premesso, la crescente coscienza dei tifosi dei propri diritti è testimoniata,da ultimo, dalla notizia ( cfr. “Il Messaggero”, pag.31, del 15 marzo scorso, articolo a firma Emiliano Bernardini) che alcuni tifosi della Lazio ( n. 11) hanno citato in giudizio l’arbitro direttore di gara e l’arbitro addetto al VAR, relativamente alla partita della Lazio giocata contro il Torino l’11 dicembre scorso, chiedendo il risarcimento del danno per lesione del loro diritto al tifo.

Tale citazione, pur da me non conosciuta in dettaglio e direttamente, si iscrive, senz’altro, nel solco dell’accertamento della responsabilità professionale arbitrale che ho diffusamente trattato nelle mie Note del 20, 27 dicembre e del 13 marzo scorsi, tutte consultabili sul sito www.federsupporter.it.

Responsabilità professionale che, alla luce dell’introduzione del VAR, strumento tecnologico avente lo scopo di evitare errori di valutazione nelle situazioni così dette “ match changing”  ( goal valido o non valido, rigore fischiato o non fischiato, espulsioni dirette, scambi di identità), richiede indubbiamente sia all’arbitro direttore di gara sia agli arbitri addetti al VAR una diligenza pari a quella esigibile da arbitri di esperienza media.

Se, in altre parole, prima dell’introduzione dell’ausilio del VAR, l’errore arbitrale nelle predette situazioni poteva essere ritenuto scusabile, con presunzione pressoché assoluta, ora un errore analogo non può più essere scusabile, dando luogo a responsabilità professionale, ove, non solo non sia stata usata una diligenza media, ma neppure minima e sia palese un comportamento arbitrale non improntato a terzietà ed imparzialità nell’utilizzo o meno del VAR.

Circa la nozione di errore, occorre sottolineare che esso, per sua natura, non può che essere erratico e distributivo come la fortuna o la sfortuna che sono “ cieche”.

Se, invece, l’errore è ripetitivo, sempre con effetti negativi nei confronti dello stesso soggetto,  è allora legittimo parlare non più di errore, bensì di “ fumus persecutionis” e non di sfortuna cieca, bensì di “ sfiga che ci vede benissimo”.

Ho sempre ritenuto e continuo a ritenere, inoltre, che un’ azione giudiziaria, come quella di cui si è avuto notizia, che chiama in causa la responsabilità professionale di singoli arbitri in singole gare, sia connotata da un “ fumus boni iuris” maggiore rispetto a quello di un’azione di classe contro l’AIA (Associazione Italiana Arbitri): cioè contro , collettivamente ed indiscriminatamente, l’intera classe arbitrale.

Quanto sopra, pur ribadendo la notevole aleatorietà insita in entrambi i tipi di azione, stante la novità dei casi, la mancanza, finora, di un consolidato ed affidabile orientamento giurisprudenziale in materia, soprattutto di legittimità, nonché  la rilevanza “ politica” dei casi stessi.

In ordine a quello che nell’atto di citazione di cui trattasi viene definito “ diritto al tifo”, un riferimento giurisprudenziale di merito, però, già esiste.

Più precisamente, mi riferisco ad una sentenza del Giudice monocratico presso il Tribunale Penale di Bari, II Sezione, n. 30005, del 23 febbraio 2015

Decisione con la quale, relativamente alla partita Bari-Lecce del 15 maggio 2011 risultata, poi, “ combinata”, ad alcuni tifosi delle suddette squadre, costituitisi parte civile nel processo penale, è stato riconosciuto e quantificato il diritto al risarcimento di un “danno non patrimoniale “, rappresentato dal fatto che “ L’accertata combine e l’alterazione della regolarità della gara hanno senz’altro cagionato ai suddetti tifosi…. un significativo non bagatellare pregiudizio, consistente, oltre che nel patimento e nella sofferenza transeunte, nell’aver in qualche modo smarrito i propri valori sportivi e mutato in senso peggiorativo le proprie abitudini di vita ( delusione e perdita di fiducia nella correttezza delle partite di calcio e nella lealtà dei calciatori; perdita di interesse e desiderio di coltivare il proprio hobby di seguire la propria squadra dal vivo anche in trasferta)”.

Danno non patrimoniale che la citata sentenza afferma potersi efficacemente indicare con la locuzione “ danno da passione sportiva rovinata”.

Affermazioni che ben possono essere traslate ai casi i cui la correttezza di partite risulti alterata da errori attribuibili a responsabilità professionale arbitrale, dovuta a mancanza di diligenza, media o addirittura minima, che è esigibile dagli arbitri, in specie dopo l’introduzione della possibilità per essi di avvalersi dell’ausilio del VAR.

Mancanza di diligenza analoga, per esempio, a quella del medico che formuli una diagnosi rivelatasi poi erronea, senza aver previamente sottoposto  o fatto sottoporre il paziente ad  analisi ed accertamenti di laboratorio.

E, per finire, mi piace richiamare, quanto all’esercizio di una funzione giurisdizionale, quale è quella esercitata dall’arbitro di una gara sportiva, le parole del grande giurista Piero Calamandrei : “ Giudici, ricordate che l’umiltà è il prezzo che dovete pagare all’enorme potere che avete” ( Piero Calamandrei,Elogio dei giudici scritto da un avvocato”, pagina 267, Ponte Alle Grazie Editore, Firenze, 1989).

  Avv. Massimo Rossetti                 

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