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Liverpool-Roma e la responsabilità oggettiva

                                                                                             

14 maggio 2018I fatti di Liverpool – Roma : responsabilità oggettiva e misure idonee a prevenire eventi di violenza. “ Il Daspo privato”.

I fatti avvenuti in occasione della partita Liverpool-Roma, a seguito dei quali un tifoso del Liverpool ha riportato lesioni gravissime, ripropongono l’annoso tema della responsabilità oggettiva delle società di calcio per violenze commesse da propri sostenitori.

 

Il principio di responsabilità oggettiva è stato sempre  affermato dalle Istituzioni sportive quale un architrave, un caposaldo dello sport e, in particolare, del calcio.

Ciò in nome della celerità, certezza e prevenzione di illeciti peculiari dello sport e del calcio giustificate dalla autonomia e specificità dell’ordinamento sportivo.

Circa quest’ultimo aspetto, occorre, però, rilevare che : “ Il rapporto tra i singoli ordinamenti settoriali e lo Stato non può certamente ricostruirsi in termini di “separazione”, ma in termini di mera “autonomia”, con la conseguenza che gli ordinamenti settoriali, in quanto Istituzioni esistenti all’interno dell’ordinamento statale, sono comunque sottoposti al controllo delle Autorità amministrative e giurisdizionali dello Stato ( e, a monte,  anche delle Autorità dell’Unione Europea)….Soltanto lo Stato, infatti, ha una potestà normativa di fonte primaria ( potendo emanare leggi ed atti con forza di legge), mentre tutti gli altri ordinamenti settoriali hanno una potestà normativa di fonte secondaria ( potendo emanare atti normativi di livello soltanto regolamentare); ne consegue che la normativa interna degli ordinamenti settoriali deve sempre essere conforme ai principi stabiliti dalle superiori norme ( di fonte costituzionale o di fonte primaria), poste dallo Stato ( e, a monte, dall’Unione Europea) “ ( cfr. “Diritto dello Sport”, pag. 9, di Enrico Lubrano e Lina Musumarra, Edizioni Discendo Agitur, Roma, 2017).

E non v’è dubbio che il principio di responsabilità oggettiva contrasti sia con il principio di responsabilità personale, costituzionalmente sancito in materia penale ( art. 27, comma 1, Costituzione), sia con quello di responsabilità amministrativa secondo la normativa statale di fonte primaria, nonché con principi stabiliti, a monte, da norme dell’Unione Europea.

Peraltro, nel tempo, lo stesso ordinamento sportivo, pur riaffermando sempre la validità e l’irrinunciabilità nel proprio ambito del principio di responsabilità oggettiva, si è, però, reso conto che tale principio non poteva e non può, almeno legittimamente, essere applicato in maniera automatica, meccanica e rigida, dando così luogo a risultati abnormi e non conformi a giustizia.

Il punto di partenza di questo processo, per così dire, almeno parzialmente, “revisionista”, può essere indicato nel lodo arbitrale pronunciato il 20 gennaio 2012 dall’allora vigente Tribunale Nazionale Arbitrale dello Sport presso il CONI.

Così, infatti, statuisce il predetto lodo : “ Ferme le osservazioni sul carattere assiologico della responsabilità oggettiva, il Collegio è dell’opinione che le sue conseguenze debbano essere tratte non in maniera automatica e meccanica, bensì all’insegna di criteri di equità e gradualità, tali da evitare risultati abnormi e non conformi a giustizia”.

Da allora ad oggi, le decisioni degli organi di giustizia sportiva, segnatamente della FIGC, si sono, quasi sempre e sempre di più, attenuti, nelle loro pronunce, a criteri di equità e gradualità nell’applicazione del principio di responsabilità oggettiva.

Aggiungasi che l’art. 13 del Codice di Giustizia Sportiva ( CGS) della FIGC contempla una serie di attenuanti ed esimenti della predetta responsabilità con specifico riferimento a comportamenti discriminatori ed alla prevenzione di fatti violenti.

Più precisamente, la società non risponde per comportamenti discriminatori o violenti tenuti da propri sostenitori qualora ricorrano almeno tre delle seguenti circostanze: l’aver efficacemente adottato, prima dei fatti, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenirli, avendo impiegato risorse finanziarie ed umane adeguate allo scopo; l’aver concretamente cooperato con le forze dell’ordine e le altre Autorità competenti per l’adozione di misure atte a prevenire i fatti violenti e discriminatori e per identificare i propri sostenitori responsabili delle violazioni ; l’aver, al momento del fatto, immediatamente agito per rimuovere disegni, scritte, simboli, emblemi o simili o per far cessare i cori e le altre manifestazioni di violenza o di discriminazione; l’aver altri sostenitori chiaramente manifestato nel corso della gara, con condotte espressive di correttezza sportiva, la propria dissociazione da tali comportamenti; il non aver omesso o insufficientemente prevenuto e vigilato da parte della società.

Se ne deduce che, pur volendo mantenere fermo il principio di responsabilità oggettiva, tuttavi, esso non può considerarsi come una presunzione assoluta, juris et de jure, di responsabilità, dovendosi, invece, caso per caso, tenersi conto, ai fini di attenuanti o esimenti, in specie relativamente ad eventi di violenza dei propri sostenitori, se la società, avendo adottato ogni, possibile ed idonea misura di prevenzione e collaborazione con le Forze dell’Ordine, risultasse del tutto inconsapevole, impossibilitata e addirittura danneggiata dalle suddette condotte poste in essere da propri sostenitori ( cfr., anche per quanto sopra, “ La responsabilità oggettiva nella Giustizia Sportiva : una architrave su paletti di argilla “ , di Alejandro Canducci, Avvocato del Foro di Roma, in “Rivista di Diritto ed Economia dello Sport”, Vol. VIII, Fasc I, 2012).

Sotto questo profilo, il Protocollo d’Intesa del 4 agosto 2017, stipulato  dal Ministro dell’Interno, dal Ministro dello Sport, dal Presidente del CONI, dal Presidente della FIGC e Commissario della Lega Calcio di Serie A, dai Presidenti della Lega Calcio di Serie B, della Lega Pro, della Lega Dilettanti, dal Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, dal Presidente dell’Associazione Italiana Allenatori e dal Presidente dell’Associazione Italiana Arbitri ( cfr. mie Note del 3 e 23 agosto 2017 su www.federsupproter.it), ha previsto, tra l’altro, la facoltà per le società di “ condizionare l’acquisto del titolo di ammissione alle competizioni ( biglietti, abbonamenti) e/o la sottoscrizione di carte di fidelizzazione da parte dell’utente, ad una accettazione tacita di condizioni generali di contratto, contenute in un codice etico  predeterminato. La violazione di questo deve comportare, quale meccanismo di autotutela, la sospensione o il ritiro del gradimento della persona da parte della medesima società per una o più partite successive”.

Nelle mie richiamate Note di commento avevo espresso contrarietà a tale condizione, poiché, in base ad una granitica giurisprudenza, di merito e di legittimità, non si può recedere unilateralmente da un contratto o sospenderne l’esecuzione senza una clausola che lo permetta, “ tacitamente approvata”, bensì con una clausola espressamente e specificatamente approvata  dal contraente più debole: nella fattispecie, l’acquirente del biglietto o dell’abbonamento.

Approvazione che, per essere espressa e specifica e, quindi, valida, richiede  che una clausola del genere, una volta firmato il contratto, venga ritrascritta, per intero e in calce al contratto stesso e di nuovo approvata ( non è sufficiente il richiamo per lettera o per numero della clausola e promiscuamente con altre clausole). 

Se, dunque, la società non vuole che biglietti o abbonamenti vengano venduti a taluni soggetti, lo può e lo deve decidere prima di venderglieli e non dopo, a meno che non faccia sottoscrivere all’acquirente,  al momento di tale vendita, una espressa e specifica clausola, nei modi e nei termini sopra descritti,  che ne consenta legittimamente, a propria discrezione, di revocare o sospendere il contratto.

E’ evidente, altresì, che la formazione da parte della società di proprie “black list” di sostenitori non “graditi” ai quali non vendere titoli di accesso agli stadi, rappresenterebbe una misura di prevenzione più che idonea ad evitare la responsabilità oggettiva per condotte violente di propri sostenitori.

Ed è proprio alla luce di tutto quanto precede che Federsupporter, quale attenuante o, meglio, esimente da responsabilità oggettiva per condotte violente di propri sostenitori, ha da tempo sostenuto, come sostiene, che le società, in aggiunta al Daspo amministrativo o giudiziario, possano legittimamente adottare quello che potrebbe denominarsi “ Daspo privato”.

Vale a dire la possibilità di decidere di non vendere biglietti o abbonamenti a propri sostenitori considerati, alla luce di precedenti significativi, pericolosi o, comunque, non graditi.

Facoltà che si basa sul presupposto secondo cui lo stadio non è un luogo pubblico, bensì un luogo aperto al pubblico: cioè un luogo cui si può accedere solo alle condizioni poste da chi organizza lo spettacolo da tenersi in quel luogo, indipendentemente dal titolo giuridico ( proprietà, affitto, uso) che consente all’organizzatore l’utilizzo di quel luogo.

In altre parole, allo stadio, così come ad altri luoghi di spettacolo ( cinema, teatri, discoteche ) si può accedere soltanto alle condizioni previste dall’organizzatore dello spettacolo stesso e solo se tale organizzatore lo consente.

Circa, poi, il Daspo irrogato in via amministrativa o giudiziaria, diversamente da quanto affermato da autorevoli opinionisti nel corso di una trasmissione televisiva che si è occupata dei fatti di Liverpool –Roma, tal genere di Daspo, ai sensi e per gli effetti dell’art.6, commi 1 e 2, della Legge n. 210/2005, può essere disposto “ anche per le manifestazioni sportive che si svolgono all’estero, specificatamente indicate, ovvero dalle competenti Autorità degli altri Stati, membri dell’Unione Europea, per le manifestazioni sportive che si svolgono in Italia”.

Avv. Massimo Rossetti

 

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