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L'Avv. Rossetti sullo 'Stadio della Roma'
 

Razzismo in curva: "quanto basta "

 2 maggio 2019 -Milan-Lazio di Coppa Italia: razzismo quanto basta ed applicazione ai tifosi dei principi di responsabilità oggettiva e collettiva.

 Con Comunicato Ufficiale n. 215 del 29 aprile scorso il Giudice Sportivo, con riferimento alla gara in oggetto,  ha stabilito quanto segue.

“ Prima dell’inizio della gara , durante il primo e secondo tempo, ed al termine della gara, i sostenitori della società Lazio, assiepati nel settore “ Terzo Anello Verde”, si rendono responsabili nella quasi totalità ( il 90 % dei 4.049 occupanti), di ripetuti cori espressione di discriminazione razziale nei confronti dei calciatori del Milan Kessie e, in particolare, Bakayoko; considerato che i cori venivano percepiti da tutti e tre i collaboratori della Procura, opportunamente posizionati anche in parti dell’impianto distanti dal settore sopradetto; considerato che in base alla suddetta relazione tali comportamenti sono attribuibili alla tifoseria della società Lazio che nelle gare casalinghe occupa la “ parte centrale in basso” del settore denominato “ Curva Nord” dello Stadio Olimpico di Roma; ritenuto che in ragione della loro dimensione e della percezione reale del fenomeno, i predetti comportamenti assumono rilevanza disciplinare a norma dell’art.11,n. 3 CGS; ritenuto, non di meno, che sussistono le condizioni per la concessione della sospensione della esecuzione della sanzione disciplinare ex art. 16, n. 2 bis, CGS; per questi motivi, delibera di sanzionare la Soc.Lazio con l’obbligo di disputare una gara con la parte del settore indicata dai collaboratori della Procura federale nella propria relazione sulla base delle informazioni acquisite dal dirigente responsabile dell’ordine pubblico, priva di spettatori, disponendo che l’esecuzione di tale sanzione sia sospesa per un periodo di un anno con l’avvertenza che, se durante tale periodo sarà commessa analoga violazione, la sospensione sarà revocata e la sanzione sarà aggiunta a quella inflitta per la nuova violazione”.

Il sopra riportato provvedimento è illuminante sotto molteplici profili.

Il primo consiste nel fatto che, in linea di continuità con la giurisprudenza federale in materia, i cori razzisti rilevano disciplinarmente a seconda della loro dimensione e percezione reale.

Requisiti che, come è evidente, lasciano ampio margine di discrezionalità di valutazione soggettiva sia ai collaboratori della Procura federale, sia al dirigente responsabile dell’ordine pubblico che assistono alle partite, potendosi, quindi, generare incertezze del diritto e disparità di trattamento.

E, al riguardo, fanno persino sorridere espressioni quali “ nella quasi totalità” e,  addirittura, la quantificazione di una percentuale del 90% su un totale di 4.049 occupanti.

Laddove siamo ad un analogo “quanto basta” in uso nel gergo culinario.

Del tutto apodittica ed indimostrabile è, poi, l’affermazione che i comportamenti razzisti sarebbero attribuibili alla tifoseria della Società Lazio che nelle gare casalinghe occupa “ la parte centrale in basso” della Curva Nord dello Stadio Olimpico di Roma.

Con il che viene subito da chiedersi come abbiano fatto i collaboratori della Procura federale ed il dirigente responsabile dell’ordine pubblico ad identificare, con certezza, che gli autori dei cori razzisti siano stati i suddetti tifosi e non altri, posto che, sicuramente, in quei 4.049 occupanti del “Terzo Anello Verde” non c’erano soltanto i tifosi che occupano la parte centrale in basso della Curva Nord dello Stadio Olimpico.

In ogni caso, perché a subire la sanzione dovrebbero essere anche i tifosi facenti parte di quel 10% dei 4.049 occupanti che, secondo la relazione dei collaboratori della Procura federale, non sono responsabili dei cori razzisti ?

 Resta, altresì, da dire che, diversamente da quanto riportato dagli organi di informazione, la chiusura disposta dal provvedimento del Giudice sportivo non riguarda l’intera Curva Nord dello Stadio Olimpico, bensì,  come letteralmente ed inequivocabilmente specificato nel provvedimento, solo la “ parte centrale in basso” di tale settore.

Pertanto,  gli abbonati in Curva Nord ai posti non situati nella suddetta” parte centrale in basso” della Curva Nord, ove la sospensione dell’esecuzione della sanzione fosse revocata, conserverebbero il diritto di assistere alla partita o alle partite interessate dalla sanzione stessa.

Resta fermo, comunque, il diritto dei predetti abbonati, qualora l’intero settore fosse chiuso, di ottenere o il rimborso della quota di abbonamento non potuta usufruire o di assistere alla gara o alle gare in altri settori, assumendo a proprio carico l’eventuale differenza di prezzo tra il biglietto in tali altri settori e tra la suddetta quota di abbonamento.

Ciò sulla base di quanto già avvenuto per la partita Lazio-Cagliari del 22 ottobre 2017, laddove la Lazio consentì agli abbonati alla Curva Nord chiusa, anche in quel caso, per cori razzisti, di assistere alla gara in altro settore e, precisamente, nella Curva Sud dello Stadio Olimpico.

Soluzione conforme alla sentenza del Tribunale Civile di Roma, Sezione X, n. 6004, del 22 marzo 2017 che, in identica fattispecie, ha stabilito che gli abbonati in un settore dello stadio, chiuso per decisione della giustizia sportiva, hanno il diritto di usufruire del proprio abbonamento in altri settori, assumendo a proprio carico l’eventuale differenza  tra il prezzo del biglietto in tali settori e la quota di abbonamento.

In alternativa, il Tribunale ha, altresì, sancito che l’abbonato ha diritto al rimborso da parte della società della quota di abbonamento non potuta usufruire.

Il Tribunale ha, infatti, riconosciuto che, nei confronti degli abbonati non individuati come responsabili di comportamenti illeciti, il divieto di assistere alla partita a seguito di un provvedimento della giustizia sportiva equivarrebbe, di fatto, alla erogazione di un Daspo di gruppo o collettivo che non può essere comminato dalla predetta giustizia.

Una sentenza, quella richiamata,  che denuncia l’illegittimità sia della traslazione del principio di responsabilità oggettiva delle società di calcio ai tifosi, i quali non fanno parte dell’ordinamento sportivo, sia dell’applicazione agli stessi tifosi del principio di responsabilità collettiva.

Circa quest’ultimo, ribadisco, come già evidenziato in miei precedenti scritti ( cfr. www.federsupporter.it), che la Corte di Cassazione, Sezione III, in sede di interpretazione ed applicazione della normativa che ha introdotto il così detto Daspo di gruppo o collettivo, con sentenza n. 22266 del 3 febbraio/27 maggio 2016,  ha solennemente stabilito che il Daspo non è applicabile, prescindendosi dalla partecipazione attiva del singolo ad un fatto o comportamento illecito.

E’, quindi, illegittimo un Daspo comminato solo sulla base della mera presenza fisica, casuale e fortuita, in un gruppo di persone e della mera connivenza che consiste nell’assistere passivamente al fatto o comportamento illecito altrui. 

Qualora così non fosse, secondo la Cassazione, si perverrebbe ad una forma di responsabilità collettiva, contraria al nostro ordinamento ed a quello europeo, “ retaggio di trascorse, e non illuminate, epoche storiche e giuridiche…. secondo la logica del “ tipo normativo d’autore(Tatertyp), elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca”.

Il razzismo, in generale e, specificamente, nel calcio, non si combatte con provvedimenti  come quello di cui trattasi che, oltre a presentare, come visto, profili di illegittimità giuridica, risultano privi di efficacia deterrente e dissuasiva nei confronti di gruppi di facinorosi.

Gruppi che, lungi dall’aver a cuore le conseguenze negative dei loro comportamenti sulle società, utilizzano l’evento sportivo come occasione di visibilità e di cassa di risonanza dei loro atti, nonché come rafforzativo del loro potere di ricatto nei confronti delle medesime società.

Come più volte, ma, purtroppo, sinora invano, rappresentato da Federsupporter, grazie ai moderni strumenti audiovisivi di identificazione a distanza ed ai rilevamenti biometrici, è possibile, quasi sempre e con certezza, individuare ed identificare i responsabili di comportamenti illeciti, dentro e fuori gli stadi, applicandosi solo a costoro e non ad altri tutte le sanzioni previste dall’ordinamento sia statale sia sportivo.

Sanzioni che non sono certamente né quantitativamente poche né qualitativamente poco rigorose.

Si pensi al Daspo, amministrativo e giudiziario, con obbligo di presenza nei Commissariati durante le partite, all’arresto in flagranza differita, al processo per direttissima, a pene detentive e pecuniarie.

 on c’è, dunque, alcun bisogno né di nuove norme, essendo sufficienti quelle che già ci sono e che richiedono soltanto la volontà e la  capacità di farle rispettare ed applicare, di inseguire illusioni come quella del così detto “modello inglese” .

Modello inapplicabile in Italia  in cui, a differenza del Regno Unito, sussiste il Civil Law e non il Common Law, per cui a soggetti privati, diversi dalle Forze dell’Ordine, è inibito l’uso della forza.

Ne consegue che gli steward italiani, diversamente da quelli inglesi, non possono arrestare nessuno e, men che mai, tradurlo in stato di arresto, tenuto conto che, qualora lo facessero, sarebbero loro ad essere passibili di incriminazione e di arresto.

Neppure si può prendere il fatto che la gran parte delle società di calcio italiane non siano proprietarie degli stadi a pretesto di una asserita impossibilità di allontanare dagli impianti soggetti indesiderati.

Lo stadio, infatti, non è un luogo pubblico, bensì, come il cinema, il teatro, la discoteca,  aperto al pubblico, cosicchè l’organizzatore dell’evento che si svolge in quel luogo e che ne ha la disponibilità in base ad un qualsiasi, legittimo titolo giuridico, non soltanto, quindi, di proprietà, ha il diritto  di negare il titolo di accesso al luogo stesso  a chi ritenga non gradito

Naturalmente tale diritto va esercitato prima della vendita del titolo di accesso, poiché, dopo, non esiste più una totale discrezionalità del venditore di revoca del titolo, dovendosi rispettare i diritti dell’acquirente quale consumatore, ai sensi e per gli effetti del Codice del Consumo.

Per concludere, come si può constatare, esistono già tutti gli strumenti , se lo si vuole e se se ne è capaci, per prevenire e reprimere fenomeni di razzismo in occasione di manifestazioni sportive, senza, perciò, dover indulgere né ad una ipertrofia normativa, in specie penalistica, né all’applicazione di principi illegittimi e, per giunta, inefficaci, quando non controproducenti, né, infine, alla vuota retorica ed alla demagogia spicciola dei soliti “ indignati speciali” e di quelli che Leonardo Sciascia avrebbe definito, nel caso di specie, i “professionisti dell’antirazzismo e del politically correct”.

 

Avv. Massimo Rossetti.

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