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Il patriottismo in Italia

 

 3 settembre 2019Il patriottismo in Italia : solo sportivo ?

Con l’inizio della stagione sportiva calcistica 2019-2020 e nell’imminenza dell’8 settembre, data storicamente cruciale per il nostro Paese, sottopongo all’attenzione, di chi vorrà ed avrà la pazienza di leggerle, alcune riflessioni sul patriottismo.

Non v’è dubbio che la figura più evidente di “ patriota” che rifulge in Italia è quella del tifoso di calcio.

L’appartenenza ad una squadra calcistica è, infatti, originaria ed immutabile e segue il motto “ giusto o sbagliato è il mio paese”.

Ciò premesso, può dirsi che tale forma di patriottismo vada al di là della sfera sportiva e, segnatamente, calcistica ?

Per rispondere a questo interrogativo, occorre, a mio avviso, fare riferimento alle argomentazioni di autorevoli storici.

 

Al riguardo, parto dalla fondamentale opera “ La morte della patriadi Ernesto Galli della Loggia ( Laterza Editori, IV Edizione 2008).

L’espressione morte della patria mi sembra la più adatta per definire la profondità, la ricchezza di implicazioni, in una parola la qualità tutta particolare che ha avuto in Italia la crisi dell’idea di nazione in conseguenza della guerra mondiale. Tale crisi, infatti, va molto al di là del dato politico-militare della sconfitta: non può essere spiegata esclusivamente con questo dato, così come- tantomeno- può essere identificata o assorbita in esso per intero. Al contrario, la crisi dell’idea di nazione si radicalizza in morte della patria proprio perché in essa moltissimi italiani vedono e sentono coinvolto lo stesso vincolo di appartenenza ad una medesima comunità nazionale, nonché il senso di tale vincolo. Se ciò accade è perché vi è , all’origine, nel drammatico nodo di eventi dal ’43 al ’45 una crisi verticale che colpisce l’intero organismo statuale italiano, determinandone quasi – nei fatti, e soprattutto nell’immaginario – una virtuale scomparsa dalla scena…Nella radicalizzazione della crisi della nazione in morte della patria confluiscono dunque due ordini di fenomeni : da un lato la crisi/scomparsa dello Stato in conseguenza delle particolari modalità

 

 

 

politico- militari della sconfitta bellica, dall’altro lato- e proprio per effetto di tali modalità- la sensazione diffusa di moltissimi abitanti della penisola che la sconfitta, in realtà, è stata causa, ed insieme prodotto e manifestazione, di qualcosa di molto grave e profondo: di una paurosa debolezza etico-politica ( secondo l’espressione che Renzo De Felice è stato uno dei pochi ad adoperare) degli italiani… Ciò che viene in primo piano, nell’evento così definito, è un interrogativo radicale sull’identità: sulla propria identità di individui, e poi di popolo, ed infine di comunità nazional-statale” ( pagg.4,5,16, 17 ).

Proseguo con alcuni brani tratti dal saggio “ E’ l’Europa che ce lo chiede !” dello studioso e storico  Luciano Canfora ( Laterza Editori, Eedizione 2017).

“ L’Unione Europea, come noto, esiste, in forza dei Trattati di Roma ( 1957), da oltre mezzo secolo ( Unione Europea Occidentale, Comunità Economica Europea, Mercato Comune Europeo). Non divenne mai una unione politica, né di tipo elvetico, né di tipo statunitense. La sua coesione politica rassomiglia più o meno a quella della Lega araba. Da oltre un decennio esiste ( per i paesi i cui governi questo imposero) una moneta unica. Una moneta che non ha alle spalle né un governo né una unità statale né un esercito. Ha una Banca Centrale che ha via via assunto il ruolo di governo effettivo: una surroga allarmante e ormai dotata di un potere immenso. I suoi voleri vengono comunicati, ai governi nazionali da metter in riga, con lettere perentorie e semi-segrete….Il fenomeno non si è potuto ancora studiare adeguatamente, ma ha un valore durevole: è stato strappato il velo sul carattere pleonastico degli agoni elettorali. Elites tecnico-finanziarie, la quintessenza del potere bancario, sono passate direttamente al comando e decidono la sorte dei paesi ingabbiati e dipendenti ( per ora Grecia, Italia, Portogallo ma anche Spagna). Rendono conto solo a se stesse. Per lo studioso di storia questo significa che una fase- quella della sovranità affidata a parlamenti eletti a suffragio universale- si sta chiudendo… Il “ popolo” è considerato un peso. La qualifica di “ populismo” viene brandita con molta facilità onde liberarsi, almeno in parte, di quel peso….Il problema è quello di produrre sofisticate ipotesi di leggi elettorali che consentano di vincere le elezioni pur perdendole… Onde eleggere parlamenti nazionali sempre meno significanti e sempre meno dotati di poteri decisionali. La ex discriminante destra-sinistra si è attestata sul piano del “gusto”, dello stile, delle predilezioni cinematografiche: in certo senso fu profetico il frivolo “ Gioco per l’estate” che imperversava negli anni ’70-’80 sulle pagine  de L’Espresso, volto a stabilire se la predilezione per un determinato formaggio fosse indizio di orientamento politico di destra o di sinistra. Essendo un patto tra diseguali, incardinato su di una “moneta unica” penalizzante per i più deboli, la “ costruzione europea “ ha prodotto il commissariamento dei paesi dipendenti. Esso si attua – come si è detto- attraverso lo svuotamento sostanziale del ruolo dei parlamenti. Ne consegue, più in generale, l’espulsione di qualunque tipo di controllo partitico dal campo trincerato della gestione dell’economia, cioè dalla quasi totalità delle decisioni vitali per l’intera comunità”. ( pagg. 27,28,29,30).

 

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Né è certamente un caso che un altrettanto insigne storico, Emilio Gentile, nel suo libro “ Il Capo e la folla” ( Laterza Editori 2016), parli di “ democrazia recitativa”  definita ( pag. 205) operante “ per mantenere i governati in una condizione permanente di folla apatica, beata o beota, simile alle gioiose famiglie degli spot pubblicitari, incapace persino di accorgersi di vivere in una democrazia recitativa dove la libertà , come la scelta e la revoca dei governanti, è solo una delle parti assegnate in copione”.

Anche da qui una amara e tragica considerazione di Luciano Canfora ( op. cit. pagg. 20, 21) “Ce lo chiede l’Europa ! Un tale ritornello, che serve a tappare la bocca a qualunque rilievo critico”.

Osservo che, se non fossero noti gli studiosi e storici autori delle fin qui riportate argomentazioni, queste ultime potrebbero essere e verrebbero senz’altro attribuite a incalliti ed impenitenti populisti o sovranisti che dir si voglia.

Viceversa, i suddetti autori non possono essere in alcun modo sospetti e sospettabili di appartenenza e simpatia verso qualsiasi sorta di populismo o sovranismo, essendo essi, anzi, fieri oppositori di tali correnti di pensiero e politiche  ( cfr. nota in calce).

Il problema, pertanto, a me pare essere, non solo e non tanto quello del governo A piuttosto del governo B e della coloritura politica dei governi, quanto quello, rappresentato dalla “ morte della patria” risalente all’8 settembre 1943, con il recupero, non solo limitato all’ambito calcistico, dei quel “ principale fondamento della moralità di un individuo e di un popolo” rappresentato, come dice Giacomo Leopardi nel “ Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’ Italiani”, “dalla stima costante e profonda che esso fa di se stesso “ . 

 

Avv. Massimo Rossetti.

 

NOTA

Ernesto Galli della Loggia, Professore ordinario di storia contemporanea presso la Facoltà di filosofia dell’Università San Raffaele di Milano;

Luciano Canfora, Docente di filologia classica all’Università di Bari. Direttore di “Quaderni di storia”;

Emilio Gentile, Professore Emerito di storia presso l’Università di Roma La Sapienza.

 

 

 

 

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