Società del rischio, vite spezzate

Quando il divertimento diventa una trappola: giovani e genitori vittime di una sicurezza negata

Doveva essere una sera di musica, risate, libertà. Per molti giovani,  rappresentava un luogo di incontro, uno spazio in cui sentirsi vivi.

Per i genitori, invece, era semplicemente un locale come tanti: un posto aperto al pubblico, quindi sicuro per definizione. Ma quella sicurezza era solo un’illusione.

L’incendio ha trasformato il divertimento in panico, il rumore in silenzio, l’attesa di un ritorno a casa in una notte senza fine. Le vittime non sono solo i ragazzi che non torneranno più, ma anche i genitori, condannati a convivere con una domanda che non avrà mai risposta: si poteva evitare?
La risposta, purtroppo, è sì.

Viviamo nella SOCIETÀ del RISCHIO , come l’ha definita il sociologo Ulrich Beck: una società in cui i pericoli non arrivano dal destino, ma dalle scelte umane.

A Crans- Montana il rischio era lì, invisibile ma presente: impianti, materiali, affollamento, assenza di vie di fuga adeguate. Tutti elementi noti, regolamentati, controllabili.

 Eppure ignorati.
Ancora una volta, la sicurezza è stata sacrificata sull’altare del dio denaro. Riempire un locale oltre i limiti, risparmiare su impianti e controlli, chiudere un occhio pur di non perdere incassi: decisioni che non fanno rumore, finché non esplodono in tragedia.

E quando accade, a pagare non sono mai i responsabili immediati, ma i più fragili: i giovani e le loro famiglie.
Per un genitore, lasciare uscire un figlio significa compiere un atto di fiducia. Fiducia nelle regole, nelle istituzioni, negli adulti che gestiscono quei luoghi.

 L’incendio di Crans-Montana ha spezzato questa fiducia, mostrando una società che protegge il profitto più della vita.
Cosa si sarebbe dovuto fare? Molto, e prima.

Controlli seri, sanzioni reali, formazione del personale, rispetto rigoroso delle norme.

Ma soprattutto un cambiamento culturale: smettere di considerare la sicurezza un costo inutile e riconoscerla per ciò che è davvero, un dovere morale.
Perché i giovani hanno diritto al divertimento, ma soprattutto hanno diritto di tornare a casa. E i genitori hanno diritto a non dover riconoscere un figlio attraverso una foto o un nome su una lista.

Lucia Carlotta Villa

Insegnante senior MINDFULNESS

E Responsabile FIABA Onlus

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