La Magistratura ribadisce oggi una immagine del mondo del calcio drammatica, non solo dal punto di vista sportivo, ma, soprattutto, sociale.
Un “ mondo sommerso” ( la Cassazione- settembre 2015), nel quale interessi personali hanno sconvolto “… l’assetto del sistema calcio fino a screditarlo in modo inimmaginabile…”; “un mondo malato” ( la Procura di Catanzaro – maggio 2015) “… quello del calcio dove la fragilità dei giocatori sedotti dal mito del guadagno rapido e facile… si intreccia con la spietatezza di scaltri dirigenti sportivi e con la criminalità organizzata, passando attraverso l’indifferenza delle società calcistiche”.
Ma allora:
Perché e per chi a coloro, che la stessa Magistratura definisce come artefici di “ un fenomeno di illiceità generale e diffusa”, si consente tuttora di rappresentare le istituzioni calcistiche delegittimandole ?
Perché e per chi i soggetti istituzionali riconosciuti dalla Magistratura danneggiati ( Ministero dell’Economia e delle Finanze; Ministero per le Politiche giovanili e sportive; Azienda dei Monopoli di Stato; FIGC) tardano ad agire contro i “… protagonisti della vicenda ( Calciopoli) che appartengono alla elite del mondo calcistico nelle sue massime espressioni….”?
Perché e per chi il sistema dei media, salva qualche rarissima eccezione, ha ignorato e continua ad ignorare la portata delle decisioni della Magistratura che da Cremona a Napoli, da Catanzaro a Catania, sta offrendo a tutti i protagonisti del sistema calcio, primi fra tutti ai tifosi, l’opportunità , secondo le parole del Mahatma Ganhdi, di “diventare il cambiamento che vogliamo vedere.” ( se lo vogliono !), restituendo così legittimità e onorabilità al sistema?
E allora non posso non ripetere l’interrogativo iniziale.

Dopo le chiare ed esaustive analisi dei provvedimenti della Suprema Corte ( Calciopoli) e della Procura presso il Tribunale di Catanzaro ( Dirty Soccer), effettuate dall’Avv. Rossetti, da leggere con molta attenzione, nessuno potrà sostenere, almeno in buona fede, di “non sapere”.
L’opinione pubblica sarà, così, in grado, forse, di farsi una “opinione” su quel mondo.

Alfredo Parisi

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