Infatti il “calcio conferma la sua capacità di coinvolgere ed appassionare un’elevatissima porzione della popolazione..In una fase come quella attuale, in cui le persone stentano a trovare dei riferimenti stabili ed affidabili- nella politica,tra le istituzioni dello Stato e del mercato- il calcio si propone ancora come ambito –uno degli ultimi di massa- dove nascono e si consolidano identità forti e durature………….Ma il modo in cui gli italiani vivono il calcio sembra riproporre,al contempo, alcuni limiti…… Il tifo si alimenta di un’importante componente negativa. Il tifo “contro” è praticato da quasi un appassionato su due. In molti casi l’antipatia per gli avversari sembra quasi superare,per intensità,l’attaccamento ai colori della propria squadra. Tale propensione al particolarismo influenza ,in modo non trascurabile, gli atteggiamenti delle persone verso il funzionamento del pianeta calcio e delle sue istituzioni: una visione costantemente filtrata attraverso la lente dell’appartenenza individuale e degli interessi di squadra. La lettura delle vicende calcistiche,di conseguenza, risulta dominata dalla dietrologia, dalle teorie del complotto e,in ultima analisi, da una profonda sfiducia nel sistema . Un approccio,quello al calcio, che sembra richiamare la cronica lontananza dalle istituzioni,la nota diffidenza nei confronti della politica….Dunque il calcio si lega, a doppio filo, ad un’importante risorsa della società: il capitale sociale. Partecipazione, reti associative,fiducia,legami,condivisone di valori comuni sono sicuramente elementi che appartengono al mondo del calcio . E favoriscono prassi di integrazione sociale.Ma non sempre queste dinamiche si estendono al di fuori della cerchia di riferimento,verso il sistema in generale.Non sempre ,cioè, si tratta di un capitale sociale”che apre (bridging) alimentando forme di integrazione esterne. Anzi,talvolta diventa un vero e proprio elemento di diffidenza e di chiusura: un capitale sociale che “serra”(bonding) lamentando –sì-la solidarietà,ma circoscritta all’interno del gruppo”
Da questa analisi, ripeto di circa 5 anni fa, che mantiene, enfatizzandoli, i principi e gli assunti già enunciati, scaturisce una più generale considerazione: questo mondo vive in una realtà di anomia giuridica e sociale, di autoreferenzialità che determina scarsa trasparenza nei rapporti con i soggetti che vi operano ma, soprattutto, di carenza di coordinamento con l’ordinamento statuale in una situazione che determina confusione di ruoli, specie in termini di responsabilità e di giustizia alla quale si ricorre ,in modo indiscriminato, solo se e quando quest’ultima è in grado di soddisfare l’interesse della parte richiedente.
In questi sensi, la filiera dello sport ( e del calcio in particolare), cioè quel “filo rosso”che lega gli stakeholders, tocca, in maniera sperequata, interessi anche di natura pubblicistica, senza alcun rispetto di regole e comportamenti, non facilmente comprensibili all’esterno di un “mondo a parte” quale è definibile il mondo dello sport in generale e principalmente del calcio.
In questo mondo i principi che regolano le società vengono “adattati” in modo da farne dei soggetti privilegiati nei quali vige solo la legge del dominus: cioè del principale detentore del capitale che fa risalire a se stesso sistemi di gestione , di controllo, di organizzazione, evitando qualsiasi segregazione funzionale che rappresenta l’unica garanzia di trasparenza per gli stakeholders, ma soprattutto per gli azionisti di minoranza i quali subiscono passivamente strategie, operatività ed umori del dominus.
Federsupporter propone una visione di questo mondo completamente ribaltata, in una logica diversa che accomuna tutti gli stakeholders della società sportiva quale società di clienti della stessa, utenti di un prodotto, primo fra tutti lo spettacolo agonistico, in una parola di consumatori.
In quest’ottica l’esercizio dell’attività sportiva come prodotto/servizio diviene , e non può che essere tale, una tipica attività d’impresa e, quindi, come tale deve rispettare le regole, sia gestionali sia organizzative, di un mercato che ha ormai travalicato i confini territoriali per diventare un “fatto” globale.
Peraltro il principio di Levitt ( 1983) che evidenziava come le aziende dovessero imparare ad operare in un unico mercato ignorando le differenze territoriali, ha subito una evoluzione che ha portato a coniugare in modo unitario il mercato locale , servito come se fosse un mercato globale. Pensare localmente ma agire globalmente.
Questa è la soluzione innovativa che ha costruito, ad esempio, il Barcellona : “ mes que en club “ contraddistinto da una forte caratterizzazione territoriale ( la Catalogna) con i suoi valori e la sua storia.
Infatti, come recentemente evidenziato ( Rivista di Diritto ed Economia dello Sport- vol.III, fasc. 2- 2007) il calcio ( e lo sport più in generale n.d.r) rappresenta un mercato in cui convivono il rapporto locale, caratterizzato dalla storia e dal radicamento sociale- territoriale della società, e quello globale inteso come fenomeno socio-economico world wide che sfocia, mediato dalla comunicazione in un vero e proprio relationship network globale in grado di attivare un circuito virtuoso caratterizzato da una esponenziale capacità di auto alimentazione .
Se, quindi, concordiamo con l’impostazione sopra richiamata dell’impresa sportiva ( ed in particolare calcistica) come erogatrice di servizi/prodotti non possiamo non inquadrare gli appassionati (i supporter), come i consumatori di questo servizio/prodotto.
Come consumatori, quindi, devono costituire un centro di interessi e di diritti ad esso collegati. e trattati come clienti a tutti gli effetti, uscendo, in tal modo, dall’equivoco che la passione sportiva che li alimenta e sta alla base del loro essere clienti possa costituire una esimente dai loro diritti ed interessi, né possono e devono essere visti come una sub categoria, tendenzialmente nociva per le società e di matrice delinquenziale.
Ne deriva che i luoghi dove si svolgono le manifestazioni agonistiche vengono trattati alla stregua di “campi di rieducazione”, facendo scontare, in modo generalizzato, le eventuali colpe di pochi e le inefficienze e l’inefficacia di regole, sistemi e servizi di prevenzione e repressione di fenomeni delinquenziali che nulla hanno a che fare con i sostenitori di una squadra. Diversamente una criminalizzazione generalizzata ed indiscriminata dei sostenitori , che devono essere schedati( richiamando alla memoria tristissimi esempi sociali ) così come l’adozione di regole e sistemi per rendere sempre più difficoltoso e disagevole l’accesso allo stadio non hanno altro scopo , per una sorta di eterogenesi dei fini, di esaltare il ruolo delle frange che vogliono utilizzare la passione sportiva per delinquere e per fare degli impianti sportivi loro ed esclusivo dominio.
Non và infatti dimenticato come lo stadio, in quanto momento di vita collettivo di massa, rappresenti un fattore di indebolimento del ragionamento e delle coscienze.
Mi piace richiamare le parole del premio Nobel (1981) Elias Canetti “ Il principale avvenimento, all’interno della massa è la scarica.Prima non si può dire che la massa davvero esista:essa si costituisce mediante la scarica.All’istante della scarica i componenti della massa si liberano delle loro differenze e si sentono uguali……Nella scarica si gettano le divisioni e tutti si sentono uguali.In quella densità in cui i corpo si accalcano e fra essi quasi non c’è spazio, ciascuno è vicino all’altro come a se stesso.Enorme è il sollievo che ne deriva. E’ in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è di più, nessuno è meglio di un altro, che gli uomini diventano massa “ ( Elias Canetti :”Massa e potere”- Adelphi editore- edizione 1999)
In questa visione dell’impresa sportiva ( parliamo di calcio ma l’impostazione è valida per qualunque sport: volley, basket, rugby etc.) questa deve creare valore nel rispetto di una gestione imprenditoriale che non può fare a meno dei principi delle leggi e delle regole che governano il mondo delle imprese in tutti i settori dell’economia , e và, quindi, analizzata in un insieme di sottosistemi che , interagendo tra di loro, costituiscono il sistema economico .
Ma se la società sportiva deve generare valore deve anche saper gestire il patrimonio da cui li valore scaturisce, e non solo in termini economici,patrimonio concentrato dal punto di vista aziendale in :
a) patrimonio immobiliare;
b) patrimonio giocatori;
c) patrimonio immateriale;
d) ma soprattutto patrimonio clientela.
La governance di una azienda che gestisce tali patrimoni diviene, quindi, anche e soprattutto, un fattore strategico che vede nella fidelizzazione del patrimonio clientela il fattore trainante della creazione di valore sia diretto ( abbonamenti, biglietteria, merchandising) che indiretto ( pubblicità, abbonamenti alle pay tv etc) .
Diviene , pertanto, antistorico trattare la componente di base , i tifosi, alla stregua di sudditi senza alcuna capacità critica, privi di qualsiasi , pur se legittimo, diritto, votati solo ad una cieca e passiva obbedienza alla loro fede sportiva e di conseguenza di assuefazione a qualsiasi comportamento del dominus di turno. I supporter e tra loro ancora di più i piccoli azionisti, che hanno investito parte dei loro risparmi non in base ad una strategia finanziaria ma, unicamente, alla loro passione, (costituendo peraltro lo zoccolo duro di quella fidelizzazione del patrimonio clientela purtroppo spesso svilita dal mancato rispetto di chi gestisce ,senza alcuna logica imprenditoriale, l’impresa sportiva .) non possono essere considerati unicamente soggetti passivi.
Né può funzionare il “ricatto morale” che è stato e viene, puntualmente, fatto ai sostenitori stessi di non fare mancare il sostegno di entusiasmo sportivo allo stadio ed in particolare il sostegno economico diretto ed indiretto.
Federsupporter si è mossa seguendo un principio di democrazia storicamente recepito : “ No taxtation without representation “( non ci può essere tassazione senza rappresentanza) e modificandolo in quello più adatto alla fattispecie “No payment without representation “( nessun pagamento senza rappresentanza): sostenitori/utenti-consumatori, piccoli azionisti, devono,quindi, poter contare nella vita sociale dell’impresa .
Le logiche di Federsupporter sono analoghe a quelle che hanno presieduto la costituzione dell’ADUSBEF ( Associazione per la Difesa degli utenti dei Servizi bancari e finanziari ) diretta a “ tutelare, rappresentare e difendere i diritti e gli interessi individuali e collettivi dei consumatori e degli utenti dei servizi bancari, creditizi e finanziari assicurativi, e comunque gli interessi diffusi dei consumatori e degli utenti in genere” ( cfr. Art. 1 Statuto Adusbef).
Sotto questo aspetto l’aggregazione tra i sostenitori e lo sviluppo dell’associazionismo diventa un elemento centrale.
La cultura dello stare insieme per farsi sentire, per contare ,per essere e diventare protagonisti, per partecipare, assicura una migliore tutela dei propri diritti ed interessi ma, nel contempo, diviene strumento utile a fare abbandonare a coloro che vi fossero inclini comportamenti aggressivi e violenti che, per l’appunto, si sviluppano di solito in chi si sente reietto ed escluso, piuttosto che in coloro che sviluppano un senso di appartenenza e di identificazione che può portare ad orientare il proprio stile di vita.
Questi i principali motivi che hanno spinto a dare vita ad una Associazione che possa dare cittadinanza ai sostenitori dello sport, ed in particolare del calcio, proprio per il ruolo socio-economico sopra richiamato , e soprattutto rivendicando il ruolo non solo di appassionati ma anche quali comproprietari ( piccoli azionisti), clienti e consumatori di uno sport trasformato in spettacolo che senza il loro coinvolgimento, sia affettivo che economico, non avrebbe ragione di esistere.
Un aspetto quantitativo del potenziale associativo , riferito ai soli abbonati alla stagione in corso, delle tre società calcistiche quotate in borsa e delle altre due major ( Milan e Inter ) circa oltre n. 158.000 soggetti, può fornire una idea della base frlla nostra Associazione e della forza della “rappresentatività” . A questi vanno aggiunti i piccoli azionisti delle richiamate società quotate che rappresentano il 33 % circa della Lazio spa, il 27 % circa della Roma spa, il 32 % della Juventus.
E’ giusto che tale “massa” non abbia alcun rispetto da parte di chi gestisce ?
Si pensi all’effetto che possono avere i sostenitori delle società di calcio nella commercializzazione centralizzata dei diritti televisivi. Come noto con l’introduzione della nuova normativa ad una quota ripartita in modo paritetico ( 40%) si aggiungerà nella distribuzione di questi diritti ( e quindi nell’erogazione di denaro ) una quota molto più consistente parametrata sia sui risultati sportivi ottenuti, sia sul “ bacino di utenza”, concetto estremamente complesso da definire sul quale lavoreranno le indagini demoscopiche, ma la cui base è costituita proprio dagli utenti/consumatori del business sportivo.
In questo panorama, credo costituiscano momenti di riflessione e di serenità le risultanze di un Progetto di “educazione al tifo” effettuato nel marzo 2007 a Rozzano presso nove classi di quinta elementare, diretto ad esprimere alla fine del corso le loro ideee sulla passione nello sport.
Tra le varie risposte al questionario, ne riporto solo alcune, conseguenti alla richiesta Lasciaci un tuo consiglio” , che dovrebbero costituire un monito per tutti coloro che operano nel mondo dello sport e del calcio in particolare, primi fra tutti i protagonisti della domenica che, inconsapevolmente, si pongono come modelli agli occhi dei bambini.
Nei bambini e nella loro semplicità espressiva, c’è solo posto per la sincerità, la gioia di vivere, la speranza : cerchiamo di non deluderli troppo .
Queste le risposte :
- non insultare l’altra squadra
- avere una squadra e giocare è bello,ma è anche bello fare il tifo in tanti e incitare la squadra
- tifare aiuta la squadra a cui tieni.Quindi tifa per la tua squadra
- che se si vede una classe che perde e si arrabbia con gli avversari chiedergli se la “regola” di dare la colpa agli altri è giusta
- giocare sempre in modo corretto così forse potrai anche vincere
- non insegnare ai bambini la violenza
- non devi mai dire parolacce alla squadra avversaria
- se si perde non ci si deve arrabbiare e se si vince non si devono insultare gli altri
- tifate con il cuore ma senza violenza
- di non picchiare alla fine della partita i tifosi dell’altra squadra
- il tifo è bello quando non c’è violenza
- litigare no- tifare si e io allo stadio ci vado
- non insultare i giocatori di colore
- dire a tutti i bambini che vincere non è tutto
Grazie per l’attenzione .
Alfredo Parisi










