Nel precedente articolo vi avevo introdotto nel mio percorso di realizzazione del mio sogno: coltivare la mia passione e, allo stesso momento, perseguire un iter di studi consono alla mia indole che mi potesse permettere un futuro brillante. Avendo diversi feedback di ragazzi sportivi italiani che studiano all’estero, mi sono chiesto: “ Da cosa è dovuta questa fuga di talenti verso terre straniere?”. Pensiero più che legittimo teso allo stesso tempo a elogiare il sistema scolastico americano, secondo la mia personalissima esperienza, e criticare, invece, quello italiano, troppo legato ad una affascinante tradizione che il mondo d’oggi purtroppo non riconosce.
Sono oltre 50.000 gli studenti italiani all’estero, e vi posso assicurare che almeno un 25% di questi sono atleti. Ma ancora una volta ci si chiede perché, perché tutte queste giovani promesse si allontanano? Risposta più che ovvia: il forte dualismo studio-sport, passione-dovere che è presente in Italia.
Nel nostro paese, purtroppo, non è possibile la conciliazione delle due cose; o uno o l’altro. Attenzione, non così drastica la situazione, ma certo è che gli “student athlete”, come chiamati negli US, sono mal visti.
Io mi sono sempre rifiutato di sottostare a questa legge non scritta che scoraggia i ragazzi a studiare e praticare sport, tenendo comunque un alto profilo in buone scuole. Ho studiato per cinque anni in uno dei licei, a detta di statistiche, più impegnativi di Milano e di Italia; mi sono diplomato con 80 alla maturità e mai smesso di giocare a calcio, fosse caduto il mondo io sarei andato avanti.
Non mi interessava che i professori dicessero che studiavo poco e giocavo molto perché, oltre a non essere vero, ero in grado di organizzare al meglio il mio tempo di studio durante la giornata senza rinunciare al calcio, quel momento che io reputavo di svago e di liberazione da stress scolastici.
In America è completamente l’opposto. Non è che mettano lo sport prima dello studio, ma sicuramente l’atleta è elogiato e non sdegnato come nel nostro paese. Il fatto che lo sport non sia primo allo studio è attestato dal fatto che sette delle prime dieci università del mondo, per livello di educazione e stipendio medio guadagnato dagli studenti che le hanno frequentate, si trovano oltreoceano; tra queste Harvard, Yale, Columbia e Stanford. Pensiero comune sarà che queste scuole sono solo piene di “cervelloni” incapaci in qualsiasi tipo di sport. Controprova che vi propongo? Stanford ha vinto il campionato NCAA 2015, squadra con al suo interno qualche giocatore per il prossimo draft di MLS (Major League Soccer).
Le facilities sono impressionanti, avanguardia in mezzi e staff allenatori, atleti trattati da professionisti a livello universitario. Non si pensi comunque che il livello universitario sia ad un livello minore perché là, lo stesso campionato universitario, ha più importanza e dignità di primavere di squadre professionistiche in Italia; vere e proprie “cantere” da cui attingere per le squadre professionistiche, ma dal livello molto più alto di queste ultime.
Anche le giovanili nel nostro paese hanno immensi potenziali ma, come noto da qualche anno, mancano soldi e fondi per l’educazione, non mi aspetto che vengano investiti nello sport, così mal visto, che però potrebbe rappresentare una grande risorsa. Esempio lampante è il mondiale del 2006 in Germania, vinto dai nostri azzurri. Ai tempi l’economia italiana era ancora incosciente della imminente crisi che l’avrebbe colpita; c’erano fondi da investire anche nel calcio e sappiamo tutti come andò a finire. Da quel momento dieci anni di continui fallimenti: società che non investono più e squadre che fanno sempre più fatica a tener testa alle potenze europee. Si pensi anche alla Spagna; simile la situazione a quella italiana ma con la differenza che, anche in mancanza di soldi, viene data la possibilità di emergere ai ragazzini che vengono accompagnati nel loro percorso fino alla prima squadra. Vedi Xavi, Iniesta e Messi, ormai spagnolo d’adozione.
In tutto ciò, come detto prima, la didattica non viene trascurata assolutamente e i risultati si vedono. Non fraintendetemi, la didattica italiana è al top e invidiataci dal mondo intero: è incommensurabile il valore di sapere la storia dell’antica Roma per filo e per segno, la storia dell’arte italiana o il contenuto del “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” di Galileo Galieli. Sono più che fiero di avere imparato tutto ciò e farne sfoggio tra gli amici americani, vedendoli rimanere a bocca aperta. La loro educazione è diametralmente opposta. Classi molto più pratiche, anche già secondo un indirizzo lavorativo, condite da stage in aziende lavorative già dai primi anni di liceo. Quello che ci differenzia quindi è la praticità nel mondo lavorativo, per loro fornito dalla scuola direttamente. La loro cultura è scarsa, dall’altra parte.
Si dovrebbe trovare una via di mezzo condita da cultura ed esperienza a livello educativo. Secondo l’altro aspetto, quello sportivo, abbiamo molto da imparare da una nazione che è in capo al mondo. Certo è che hanno dalla loro il gigantesco numero di persone che abitano il paese, ma loro si che sanno come investire sui ragazzi, futuro del mondo. Concludo con uno slogan che potrebbe perfettamente descrivere la mia esperienza: “Mens sana in corpore sano”.










