Lettera aperta di un tifoso

 

Il calcio al tempo del coronavirus “ Perfer et obdura! Dolor hic proderit olim( Sopporta e resisti! Questo dolore un giorno ti sarà utile! – Ovidio, Ars Amatoria, II, 178).

Quello che sta avvenendo e ci verrà, con ogni probabilità,prossimamente propinato in materia di ripresa  dell’attività calcistica , non può che suscitare in me, vecchio tifoso e, ormai, sorpassato, un profondo senso di ripulsa ed una forte crisi di rigetto.

Viene, infatti, offerto, pressoché quotidianamente, da parte delle Istituzioni calcistiche e statali, con la cassa di risonanza di un circo mediatico, fatte salve alcune rare eccezioni, indissolubilmente legato agli interessi di società calcistiche e di chi le controlla e gestisce, uno spettacolo confusionario, pasticciato,superficiale,ondivago, talvolta anche ridicolo e grottesco, che però presenta una unica ed univoca pericolosità: l’irrilevanza dei tifosi.

Questi ultimi, in base ad una iniziativa, recentemente lanciata,  qualcuno ritiene surrogabili con la loro foto stampata sui sedili degli stadi, a mò di ex voto o, peggio, di foto del “ caro estinto”, con tanto, perché no, di “luce perpetua”.

Tifosi che sono i fruitori e gli utenti dello spettacolo calcistico e ne sono i principali finanziatori, diretti ed indiretti.

Tifosi che, tuttavia, considerati e trattati alla stregua di quegli abitanti della Beozia che, a causa  del clima denso di quella Regione della Grecia, anche Orazio ( Epistole II,1,244) riteneva affetti da una innata stupidità.

Insomma, per usare una espressione di Lenin, degli “utili idioti” cui, in cambio della loro ingenua e genuina passione e dei loro soldi, si può impunemente offrire il nulla o, peggio, per dirla con il Grande Totò, un calcio “ pro-Formia”. Quale sarebbe quello che si vorrebbe praticare pur di riprendere l’attività calcistica sospesa a causa del coronavirus.

Un calcio senza spettatori, con partita da giocarsi in un periodo dell’anno e in orari improbabili ed impossibili, con una attività sportiva estenuante, con regole anomale e improvvisate, con calciatori demotivati ed a disagio, per tante ragioni.

Un calcio, cioè, in tutto degno delle sfide tra scapoli ed ammogliati e tra “i compagnucci della parrocchietta” di Don Isidoro, del film “ Mamma mia che impressione!”, interpretato nel 1950 dal mitico Alberto Sordi.

Un calcio che, per usare  una espressione del Ragionier Ugo Fantozzi, dopo l’ennesima proiezione del film “ La corrazzata Potemkin”, ben si presta ad essere definito “ una cagata pazzesca!”, cui far seguire 92 minuti di applausi.

E tutto questo perché ?  Per un unico motivo : i soldi.

Soldi che, altrimenti, le società di calcio , in specie talune che, ben prima e senza coronavirus, avrebbero dovuto o dovrebbero portare i libri in Tribunale, per aver sistematicamente speso molto di più di quanto ricavato e ricavano, e che rischiano di non percepire il pagamento dei compensi relativi ai diritti audiovisivi concernenti le partite sospese, qualora non fossero più giocate.

Sicchè, ove le payTv, magari con un “atto d’amore” suggerito dal Presidente del Consiglio dei Ministri, pagassero quei compensi, su tutto il “teatrino” messo in scena sinora per far giocare, a tutti i costi, quelle partite, calerebbe immediatamente il sipario.

E l’obbligo di coniugare, come pure, solennemente, sancisce lo statuto del CONI, la dimensione economica dello sport, con la sua indispensabile dimensione popolare, sociale e culturale ?

Ma chi se ne frega, principi scritti sulla carta e buoni per le “anime belle” che non mancano mai.

Quanto, inoltre, alla protesta dell’Associazione Italiana Calciatori, mi permetto, sommessamente, di osservare che, oltre a, pur legittime rivendicazioni di carattere economico, forse sarebbe più opportuno dare la precedenza e la priorità a rivendicazioni di altra natura.

Quale, ad esempio, quella della tutela della salute e dell’integrità psico-fisica dei calciatori.

Questi ultimi costretti, in base a quello che si prospetta, ad un massacrante “ tour de force” e che , indipendentemente dai loro guadagni, ne mette a rischio la salute e l’integrità suddette.

Senza tener conto del fatto  che tale “ tour de force” crea una forte disparità di condizioni tra squadre con una rosa più ampia e squadre con rose meno ampie, favorendo nettamente le prime a scapito delle seconde, con buona pace dei principi di lealtà e correttezza.

E che dire, infine, del tragicomico “ balletto “ dei protocolli medico-scientifici contenenti le misure di precauzione e prevenzione del contagio da virus applicabili al calcio ?

Protocolli  che dovrebbero obbedire solo a regole e criteri rigorosamente tecnico-scientifici che, invece, appaiono più mutevoli e cangianti degli oroscopi.

Al punto da far pensare che non sia il calcio a doversi adattare al coronavirus, bensì il contrario, il virus a doversi adattare al calcio o, più precisamente, alle sue esigenze economiche.

Ecco, allora, quarantene che vanno e che vengono, “sconti” sulla loro durata, ed ecco clausure che, prima erano indispensabili ed obbligatorie e, ora, diventano volontarie, anzi voluttuarie.

Ecco  tamponi “ a gogò” che ad altri cittadini e lavoratori sono preclusi e calciatori contagiosi per coloro i quali sono stati a loro stretto e diretto contatto.

In questo modo, l’Italia rischia, per davvero, come il titolo di una popolare canzone di essere considerata  un “Paese dei cachi” ( Elio e le Storie Tese).

 

Massimo Rossetti.

 

 

 

 

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