Con un semplice tratto di penna e l’eliminazione delle parole “anche indiretta” l’emendamento n.99.0.176 ( art. 99 bis Decr.Legge 12.07.2018 n.87, convertito in Legge 9.08.2018,n.96) vuole eliminare il divieto di pubblicità in forma indiretta di scommesse o gioco d’azzardo.
Emendamento quale naturale conseguenza della partnershiptra il Club del suo firmatario ( Sen.Lotito)ed una società di scommesse , anche su animali, vietnamita.
E tutto ciò mentre si dibatte e si cercano di percorrere vie legislative per la lotta alla ludopatia, malattia sociale esasperata proprio nel calcio.
Per un approfondimento sul tema si rinvia alla seguente Nota dell’Avv. Luciano Cucculelli, socio di Federsupporter.
Alfredo Parisi
La regressione etica del calcio italiano: analisi giuridico-sistematica sull’ipotesi di reintroduzione della pubblicità delle scommesse sportive
L’ipotesi di un emendamento volto a reintrodurre la pubblicità delle compagnie di scommesse sportive nel calcio italiano costituisce un passaggio normativo estremamente delicato, che rischia di produrre un danno sistemico non soltanto all’immagine dello sport, ma alla stessa tutela della salute pubblica. La questione assume rilievo giuridico alla luce della normativa vigente — in particolare il cosiddetto Decreto Dignità (D.L. 87/2018, convertito in L. 96/2018), che all’art. 9 introdusse il divieto quasi totale di pubblicità del gioco d’azzardo, riconoscendo esplicitamente il carattere socialmente lesivo della promozione di tali attività.
Riaprire oggi quelle porte significherebbe contraddire lo spirito stesso del legislatore del 2018, che qualificava la pubblicità del betting come un fattore aggravante per il rischio di ludopatia, e dunque nocivo alla collettività. In altre parole, il possibile emendamento invertirebbe un principio di precauzione ormai consolidato: quello secondo cui la tutela del cittadino vulnerabile prevale su ogni possibile utilità economica per i soggetti privati e, indirettamente, per le istituzioni sportive.
si appalesa evidente l’ equivoco dello “sviluppo economico” e l’erosione della funzione sociale dello sport.
La retorica secondo cui la reintroduzione della pubblicità delle scommesse costituirebbe una leva di rilancio per il calcio italiano si rivela, a un’analisi rigorosa, priva di fondamento strutturale.
Il sistema sportivo nazionale, negli ultimi anni, si è trasformato in un conglomerato economico sempre meno legato alla funzione sociale e formativa dello sport, come riconosciuta dall’art. 33 della Carta Europea dello Sport e dall’art. 2 del Codice della Giustizia Sportiva del CONI, che ribadiscono la centralità dell’etica e della lealtà sportiva.
La crescente esternalizzazione delle sedi legali di numerosi club in giurisdizioni come il Delaware o altre piazze societarie “ottimizzate” rivela un orientamento industriale volto alla massimizzazione del profitto attraverso strutture societarie opache e talvolta difficili da scrutinare.
In tale scenario, l’ingresso — o il ritorno — del betting rappresenta un ulteriore passo verso la dissoluzione del principio di sportività a favore della logica di rendita, spostando il baricentro del movimento da piattaforma educativa a “industria estrattiva”.
Diverse saranno le implicazioni giuridiche ed etiche. L’inserimento di marchi di scommesse all’interno di contesti ad alta esposizione mediatica come la Serie A crea un cortocircuito tra la tutela del minore (art. 31 Cost.) e la normalizzazione dell’azzardo come parte integrante della fruizione sportiva. Il Testo Unico dei Servizi di Media Audiovisivi (D.Lgs. 208/2021) richiama esplicitamente l’obbligo di protezione dei soggetti fragili dalle comunicazioni commerciali nocive.
La riapertura alla pubblicità delle scommesse equivarrebbe, dunque, a un arretramento della protezione normativa, poiché reintrodurrebbe messaggi che, per finalità commerciali, sfruttano lo stato emotivo del tifoso, spesso caratterizzato da identificazione, coinvolgimento e impulsività. Tali elementi costituiscono, secondo la letteratura giuridica sul tema, fattori di rischio che il legislatore è chiamato a mitigare, non ad alimentare.
Poi, non si può ignorare il contesto storico del calcio italiano, segnato da episodi ricorrenti di opacità gestionale, irregolarità finanziarie e scandali legati alle scommesse. La normativa sportiva — in particolare gli artt. 30 e 31 del Codice di Giustizia Sportiva — interviene da decenni per reprimere e prevenire condotte collegate al fenomeno dell’azzardo, considerato una vulnerabilità sistemica del movimento calcistico.
La reintroduzione della pubblicità delle scommesse opererebbe dunque in aperto contrasto con questo impianto normativo preventivo, andando a sovrapporre interessi commerciali a una materia che richiede rigore etico, vigilanza federale e prevenzione.
In termini sistemici, si rischia una moltiplicazione dei conflitti d’interesse, un indebolimento delle politiche anticombine e una contaminazione tra il prodotto sportivo e un settore intrinsecamente esposto a fenomeni distorsivi.
Nasce il rischio di una mutazione irreversibile: dallo sport all’industria dell’emozione monetizzata. Accettare nuovamente la pubblicità del betting nel calcio sarebbe il segnale definitivo che il movimento sportivo italiano ha ormai relegato in secondo piano la sua missione educativa e sociale.
L’etica dello sport — come ribadito dallo Sport Integrity Global Programme del CIO e dalla normativa europea in materia di tutela dei minori e prevenzione delle dipendenze comportamentali — non è un ornamento retorico, bensì un presidio di interesse pubblico.
Il rischio è una mutazione irreversibile: lo sport che da veicolo di crescita diventa vettore di consumo, la prestazione che cede al profitto, il tifo che si trasforma in un bacino commerciale da monetizzare a ogni costo.
È un cambio di paradigma che annulla il principio fondamentale secondo cui lo sport dovrebbe servire la società, non sfruttarla, dovrebbe formare.
Siamo di fronte ad un enorme passo indietro mascherato da progresso.
Reintrodurre le pubblicità del gioco d’azzardo nel calcio equivarrebbe a retrocedere a un modello di sport subordinato agli interessi commerciali e disallineato con i valori sanciti dalla normativa italiana ed europea.
Si tratterebbe non di un progresso, ma di una resa etica: la resa a un’economia che prospera sulle fragilità, che trasforma lo stadio in una piattaforma di rischio e che considera il cittadino non come soggetto da tutelare, ma come potenziale giocatore da convertire.
In un contesto già segnato da criticità strutturali, tale scelta non rafforzerebbe il sistema sportivo: lo indebolirebbe ulteriormente, compromettendo integrità, credibilità e funzione sociale dello sport a vantaggio di pochi se non pochissimi. “… Il gioco vale la candela? …”
Avv.LucianoCucculelli










