Questa data rimane nella memoria storica di un Paese da poco uscito dal devastante conflitto mondiale.  Il Torino non era solo una squadra di calcio, ma che indossava, quasi tutta la rosa, anche la maglia della Nazionale, ma era l’ITALIA che stava risorgendo.

Tutti i bambini dell’epoca, ed io tra loro, erano tifosi di quei colori e dell’emozione trasmessa dalle gracchianti voci della radio, prima fra tutte quella di Nicolò Carosio.

Le lacrime di quei bambini allagarono l’Italia in quel mese di maggio e ancora oggi risuonano nelle mie orecchie, quando rannicchiato nel letto, piangevo disperato.

La conseguenza fu che non riuscii più a seguire il calcio,nonostante mio padre mi invitasse  accanto alla radio a seguire le radiocronache delle partite.

Uno scoramento tanto devastante per un bambino di 8 anni,che aveva il calcio giocato solo nella mente, ma che convinse mio padre ad un atto quasi eroico, anche economicamente: portarmi a veder una partita di calcio.

Scelse una data quanto più vicina al mio compleanno. Nell’ottobre 1949 , con gli occhi che mi brillavano per l’emozione entrai nello Stadio Torino ; così lo Stadio Nazionale era stato dedicato a quegli eroi,  con una lastra di marmo con incisi tutti i nomi delle 31 vittime della tragedia, posizionata all’ingresso della Tribuna Centrale dove è tuttora, testimone triste di un degrado che colpisce solo la materia ma non il Sogno.

Non era una semplice partita, ma la medicina  che mio padre aveva trovato per farmi riavvicinare al calcio e smettere di piangere ogni domenica .

Fu un pomeriggio che , esploso nel cuore, mi è rimasto impresso nella mente e negli occhi: una partita vera, giocata tra uomini veri, su un prato verde tra due squadre, per me allora sconosciute: Lazio e Bari: infatti per me esisteva solo il Torino.

Quei 90 minuti hanno cambiato la mia vita di bambino e di tifoso.

Quando mio padre mi disse quali colori delle maglie mi piacevano io alzai gli occhi al cielo e poi dissi semplicemente : quella celeste!

Non ricordo come fu giocata quella partita, schiacciato in mezzo alla folla con le gambe penzoloni tra le sbarre dei divisori , ma solo il risultato  con mio padre che mi ripeteva “ hai vinto, hai vinto 4 a 2 “ !

Da allora, comunque, ogni 4 maggio, resto in silenzio per un po’ e ritrovo quel bambino che piangeva ininterrottamente quel maledetto pomeriggio.

Solo in quel giorno, in quel pomeriggio, mi allontano da quei colori biancocelesti che sono diventati i compagni della mia vita.

Alfredo

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