Il Flaminio, vero e proprio monumento all’inerzia colpevole ed all’incuria istituzionale nazionale ( il Comune di Roma , proprietario) e sportiva ( la FIGC, attuale gestore -!!!-) ha, sinora, visto un unico movimento concreto per tentarne il recupero alla dignità, non solo sportiva : il Progetto “Vivi il Flaminio-Il Flaminio non può morire”, promosso da Federsupporter , quale ispiratore e capofila di una aggregazione di Associazioni di volontariato cittadine ( 14) e di privati ( oltre 200).
Progetto che è stato portato avanti sin dal marzo 2017, a seguito di un Convegno tenutosi al MAXXI ( Un Casa per la Lazio? Allo Stadio Flaminio si può fare…”), cui ha partecipato , tra gli altri, l’On.le Morassut, Assessore all’Urbanistica nella Giunta Veltroni, interessando direttamente sia il Municipio di riferimento ( II ), sia il Comune, interlocutore silente ed infastidito da una insistente richiesta di incontri.
In calce al presente articolo si riporta l’estratto dello Studio “ Lo stadio nelle esperienze europee tra fantasie e realtà “ dell’agosto 2017, presentato nel corso di un convegno a Roma sull’impiantistica sportiva, nel quale veniva enfatizzata l’importanza del recupero dell’impianto sportivo anche e soprattutto “ quale strada obbligata per la realizzazione di una rigenerazione ambientale della comunità locale”..
L’inutile protrarsi nel tempo di qualsiasi costruttiva interlocuzione, di fronte al dispregiativo diniego del Presidente della SS Lazio di intervento nella ricostruzione dell’impianto, da sempre, definito “Casa Lazio”, ha, comunque, permesso alle forze politiche del Comune di Roma di utilizzare il Flaminio quale efficace veicolo pubblicitario a costo zero.
A questo riguardo, si richiamano i sopralluoghi effettuati dai rappresentanti di tutte le aree politiche, con tanto di foto, di video e di interviste TV, ad iniziare dall’Assessore allo sport , Frongia che non aveva perso tempo nell’effettuare “Un sopralluogo tecnico e politico da parte del Campidoglio per valutare le condizioni strutturali dello stadio Flaminio, abbandonato da anni al degrado, tra vegetazione incolta e macerie”.
Sopralluogo che aveva portato il responsabile del dicastero dello sport al Comune a constatare una amara realtà: “Il capolavoro ancora c’è, anche se coperto da detriti e incuria e violentato dagli ultimi lavori ..”.
Su tali formalistiche, mediatiche, iniziative, Federsupporter non poteva non richiamare l’attenzione, soprattutto di coloro che l’avevano affiancata nel Progetto sopra evidenziato, in un Comunicato stampa del 28 febbraio 2018 “E intanto lo Stadio Flaminio…..!!!!!” , che sottolineava come lo Stadio Flaminio, dopo anni di assoluto disinteresse ed inerzia, fosse improvvisamente diventato una “icona” nella campagna elettorale di tutti i protagonisti.
Ma è significativo, ora, anche il coinvolgimento del’On.le Calenda, che sembrerebbe essere stato contattato da rappresentanti della AS Roma, il quale già nel suo “ Piano industriale per Roma”, del 23 novembre 2017, concordato con Ministero dello Sviluppo Economico, la Regione Lazio, il Comune di Roma, nonché Associazioni datoriali ed Organizzazioni sindacali (!!), richiamava l’attenzione su un progetto di trasformazione dello Stadio Flaminio in un “ Hub” diffuso, con focus nel Quadrante Nord di Roma.
Così come in quest’ottica non può sottacersi la recente Delibera dell’Assemblea capitolina (87/2019) in merito all’Adozione del Programma integrato di intervento in variante al P.R.G. dei limitrofi terreni dell’ex stabilimento militare di via Guido Reni.
Ed ora la notizia che la nuova proprietà della AS Roma ha ben compreso in pochissimo tempo: l’importanza di disporre, con un investimento che non copre neppure gli oneri pubblici che si dovrebbero sostenere per il Progetto Tor di Valle ( circa € 300 mln), di un impianto sportivo al centro della Città, affidando “ la ristrutturazione dell’impianto addirittura a Renzo Piano che già nel 2013 aveva lavorato ad un piano di ristrutturazione dell’area ….” ( così “La Gazzetta dello Sport”, richiamata).
Una considerazione finale su questa nuova telenovella a sfondo politico-elettorale e che di sportivo non ha nulla, specie con riferimento ai colori ed alle storie dei due Club capitolini, fino a definirsi un vero e proprio paradosso.
Ancora una volta Federsupporter aveva mostrato la percorribilità di una strada nell’interesse di tutti gli sportivi e dei propri associati, ma l’ostracismo mediatico che caratterizza la sua azione, non permettendo lo sfruttamento di alcuna posizione di dominio economico e politico, ha relegato il Progetto ad un semplice”sogno”.
Al di là dell’iniziativa imprenditoriale del Gruppo Friedkin, non può, comunque, non rilevarsi la grande, enorme delusione per i sostenitori del Club biancoceleste, qualora si concretizzasse l’idea di vedere i colori giallorossi ”invadere” il terreno dì un Flaminio ritrovato.
Potrebbe, comunque, essere l’occasione per permettere al Presidente della Lazio di portare avanti l’iniziativa di costruire il nuovo impianto per il Club nel Campo Testaccio, che dal 1929 al 1940 ha ospitato la Roma ed anche esso oggetto di una degradazione irreversibile.
Alfredo Parisi
“Lo stadio nelle esperienze europee tra fantasie e realtà”
stralcio
…In mancanza di qualsiasi seria ed obiettiva analisi di mercato di tali effetti, scaturenti dalla costruzione di impianti sportivi, sulla comunità e tralasciando gli studi promossi dall’imprenditore, evidentemente pro parte e non pro veritate, che vuole costruire i nuovi impianti (Lo Studio sulle ricadute economiche derivanti dalla costruzione dello Stadio Tor di Valle nel quale dovrebbe giocare la AS Roma ne è un esempio significativo), ritengo che l’impianto sportivo debba essere visto come valore sociale e, come tale, sottratto ad una arida operazione algebrica costi/ricavi.
Infatti, l’impianto sportivo deve essere non solo PER la collettività ma DELLA collettività, in una logica di inclusione dalla quale non può prescindersi.
Sotto questo profilo, si prendono le distanze dall’uguaglianza, semplicistica, troppo spesso enfatizzata e, a mio avviso, penalizzante, stadio = tifosi.
E’ la collettività che deve essere, non solo utilizzatrice dell’impianto, ma protagonista nel territorio in cui lo stesso è insediato ed in cui si riconosce.
Un esempio concreto di coinvolgimento della collettività in un processo decisionale locale che mira a trasferire poteri e responsabilità dal livello Regionale/Comunale alle comunità locali, sulla falsariga del richiamato Localism Act inglese, è dato dalla recente Proposta avanzata dal II Municipio di Roma Capitale e dalle Associazioni Federsupporter e Roma Produttiva al Sindaco di Roma per la ristrutturazione e recupero sociale dello Stadio Flaminio, il cui degrado e abbandono presenta, tra l’altro, preoccupanti problematiche di igiene e sicurezza.
La Proposta è basata proprio sui principi enfatizzati dalla normativa inglese: incentivazione dell’iniziativa dei cittadini e sviluppo del senso comunitario, sempre più penalizzato da una burocrazia elefantiaca e da un atteggiamento di lassismo centrale che sembra voler preparare il terreno per interventi imprenditoriali speculativi a danno, sia della comunità locale stessa, sia delle casse pubbliche.
Una impostazione, quella descritta, che permetterebbe alla comunità locale “il potenziamento del loro ruolo sociale e assicura alle imprese sociali, ai volontari e ai gruppi locali in grado di formulare proposte innovative per il miglioramento dei servizi locali ….consentendo ai residenti di richiedere alle Autorità locali verifiche finalizzate ad una gestione attenta e trasparente del denaro dei contribuenti…” (cfr. “Quartieri in gioco- Localism Act e attivazione locale, un dialogo tra Londra e Milano” Linda Cossa, Politecnico di Milano-Dipartimento di Architettura e Studi Urbani).
E’ proprio su queste basi che è stato costruito il Progetto “Vivi il Flaminio” recentemente portato all’attenzione del Sindaco della Capitale, dal quale si attende una risposta.
Da questa impostazione deriva, come corollario necessario, la parnership pubblico-privato, quale strada obbligata per la realizzazione di una rigenerazione ambientale della comunità locale.
Anche se può essere vera l’affermazione che non esistono impianti a costo zero per i contribuenti, ritengo che una corretta compensazione degli interessi pubblici e privati, in cui gli investimenti siano visti da questi ultimi come rendimento e non come mera speculazione, possa attivare un circuito virtuoso, in conseguenza del quale la comunità “contribuente” riesca ad essere ampiamente compensata del costo sociale pro capite sopportato.
Ritengo, quindi, che un corretto raffronto costi/benefici nella costruzione/ricostruzione di impianti sportivi debba tener conto di tutte le componenti sopra richiamate, tra le quali, gli aspetti finanziari, pur importanti, si presentano secondari, mentre determinante è una affermazione, tanto semplice, quanto evidentemente difficile da comprendere per i “padroncini” del pallone, ma, anche per le Istituzioni , cioè: RISPETTO.
Rispetto per la comunità, per i tifosi che costituiscono gran parte della stessa, per la città che non merita di essere devastata e cementificata, per i valori della storia che ogni Club si porta dietro e che, sempre più spesso, fa fatica a trasmettere alla propria gente.
RISPETTO è certamente una parola che mette paura perché comporta sacrifici sia in chi lo dà sia in chi lo riceve, ma è una “merce” che non si può pretendere di ottenere, come direbbe il mitico Totò, “A prescindere”!
Alfredo Parisi
Roma agosto 2017
CIÒ CHE RESTA DI UN SOGNO.
Dalle pagine di alcuni quotidiani di martedì 24 novembre 2020 : “ Rivoluzione Flaminio” ( “La Gazzetta dello Sport”; “Flaminio, il sogno dei Friedkin uno stadio con vista sulla necropoli”-“La Repubblica”), è emersa una notizia che presenta aspetti particolari, non solo e non tanto per l’impianto sportivo, quanto per i riflessi sociali e politici dell’ipotizzata iniziativa.
“La Roma sta concretamente valutando l’ipotesi di tornare a giocare al Flaminio…” ( “La Gazzetta dello Sport”); “La Roma studia da vicino l’idea del trasloco al Flaminio”( “La Repubblica”).
L’idea di svincolare la costruzione di uno stadio da qualunque mega appendice commerciale, così come programmata per Tor di Valle, è, senz’altro, da sostenere, specie se il riferimento allo stadio riguarda un impianto già integrato nel centro della Città, con i riflessi diretti con il territorio di riferimento.
Il Flaminio, vero e proprio monumento all’inerzia colpevole ed all’incuria istituzionale nazionale ( il Comune di Roma , proprietario) e sportiva ( la FIGC, attuale gestore -!!!-) ha, sinora, visto un unico movimento concreto per tentarne il recupero alla dignità, non solo sportiva : il Progetto “Vivi il Flaminio-Il Flaminio non può morire”, promosso da Federsupporter , quale ispiratore e capofila di una aggregazione di Associazioni di volontariato cittadine ( 14) e di privati ( oltre 200).
Progetto che è stato portato avanti sin dal marzo 2017, a seguito di un Convegno tenutosi al MAXXI ( Un Casa per la Lazio? Allo Stadio Flaminio si può fare…”), cui ha partecipato , tra gli altri, l’On.le Morassut, Assessore all’Urbanistica nella Giunta Veltroni, interessando direttamente sia il Municipio di riferimento ( II ), sia il Comune, interlocutore silente ed infastidito da una insistente richiesta di incontri.
In calce al presente articolo si riporta l’estratto dello Studio “ Lo stadio nelle esperienze europee tra fantasie e realtà “ dell’agosto 2017, presentato nel corso di un convegno a Roma sull’impiantistica sportiva, nel quale veniva enfatizzata l’importanza del recupero dell’impianto sportivo anche e soprattutto “ quale strada obbligata per la realizzazione di una rigenerazione ambientale della comunità locale”..
L’inutile protrarsi nel tempo di qualsiasi costruttiva interlocuzione, di fronte al dispregiativo diniego del Presidente della SS Lazio di intervento nella ricostruzione dell’impianto, da sempre, definito “Casa Lazio”, ha, comunque, permesso alle forze politiche del Comune di Roma di utilizzare il Flaminio quale efficace veicolo pubblicitario a costo zero.
A questo riguardo, si richiamano i sopralluoghi effettuati dai rappresentanti di tutte le aree politiche, con tanto di foto, di video e di interviste TV, ad iniziare dall’Assessore allo sport , Frongia che non aveva perso tempo nell’effettuare “Un sopralluogo tecnico e politico da parte del Campidoglio per valutare le condizioni strutturali dello stadio Flaminio, abbandonato da anni al degrado, tra vegetazione incolta e macerie”.
Sopralluogo che aveva portato il responsabile del dicastero dello sport al Comune a constatare una amara realtà: “Il capolavoro ancora c’è, anche se coperto da detriti e incuria e violentato dagli ultimi lavori ..”.
Su tali formalistiche, mediatiche, iniziative, Federsupporter non poteva non richiamare l’attenzione, soprattutto di coloro che l’avevano affiancata nel Progetto sopra evidenziato, in un Comunicato stampa del 28 febbraio 2018 “E intanto lo Stadio Flaminio…..!!!!!” , che sottolineava come lo Stadio Flaminio, dopo anni di assoluto disinteresse ed inerzia, fosse improvvisamente diventato una “icona” nella campagna elettorale di tutti i protagonisti.
Ma è significativo, ora, anche il coinvolgimento del’On.le Calenda, che sembrerebbe essere stato contattato da rappresentanti della AS Roma, il quale già nel suo “ Piano industriale per Roma”, del 23 novembre 2017, concordato con Ministero dello Sviluppo Economico, la Regione Lazio, il Comune di Roma, nonché Associazioni datoriali ed Organizzazioni sindacali (!!), richiamava l’attenzione su un progetto di trasformazione dello Stadio Flaminio in un “ Hub” diffuso, con focus nel Quadrante Nord di Roma.
Così come in quest’ottica non può sottacersi la recente Delibera dell’Assemblea capitolina (87/2019) in merito all’Adozione del Programma integrato di intervento in variante al P.R.G. dei limitrofi terreni dell’ex stabilimento militare di via Guido Reni.
Ed ora la notizia che la nuova proprietà della AS Roma ha ben compreso in pochissimo tempo: l’importanza di disporre, con un investimento che non copre neppure gli oneri pubblici che si dovrebbero sostenere per il Progetto Tor di Valle ( circa € 300 mln), di un impianto sportivo al centro della Città, affidando “ la ristrutturazione dell’impianto addirittura a Renzo Piano che già nel 2013 aveva lavorato ad un piano di ristrutturazione dell’area ….” ( così “La Gazzetta dello Sport”, richiamata).
Una considerazione finale su questa nuova telenovella a sfondo politico-elettorale e che di sportivo non ha nulla, specie con riferimento ai colori ed alle storie dei due Club capitolini, fino a definirsi un vero e proprio paradosso.
Ancora una volta Federsupporter aveva mostrato la percorribilità di una strada nell’interesse di tutti gli sportivi e dei propri associati, ma l’ostracismo mediatico che caratterizza la sua azione, non permettendo lo sfruttamento di alcuna posizione di dominio economico e politico, ha relegato il Progetto ad un semplice”sogno”.
Al di là dell’iniziativa imprenditoriale del Gruppo Friedkin, non può, comunque, non rilevarsi la grande, enorme delusione per i sostenitori del Club biancoceleste, qualora si concretizzasse l’idea di vedere i colori giallorossi ”invadere” il terreno dì un Flaminio ritrovato.
Potrebbe, comunque, essere l’occasione per permettere al Presidente della Lazio di portare avanti l’iniziativa di costruire il nuovo impianto per il Club nel Campo Testaccio, che dal 1929 al 1940 ha ospitato la Roma ed anche esso oggetto di una degradazione irreversibile.
Alfredo Parisi
“Lo stadio nelle esperienze europee tra fantasie e realtà”
stralcio
…In mancanza di qualsiasi seria ed obiettiva analisi di mercato di tali effetti, scaturenti dalla costruzione di impianti sportivi, sulla comunità e tralasciando gli studi promossi dall’imprenditore, evidentemente pro parte e non pro veritate, che vuole costruire i nuovi impianti (Lo Studio sulle ricadute economiche derivanti dalla costruzione dello Stadio Tor di Valle nel quale dovrebbe giocare la AS Roma ne è un esempio significativo), ritengo che l’impianto sportivo debba essere visto come valore sociale e, come tale, sottratto ad una arida operazione algebrica costi/ricavi.
Infatti, l’impianto sportivo deve essere non solo PER la collettività ma DELLA collettività, in una logica di inclusione dalla quale non può prescindersi.
Sotto questo profilo, si prendono le distanze dall’uguaglianza, semplicistica, troppo spesso enfatizzata e, a mio avviso, penalizzante, stadio = tifosi.
E’ la collettività che deve essere, non solo utilizzatrice dell’impianto, ma protagonista nel territorio in cui lo stesso è insediato ed in cui si riconosce.
Un esempio concreto di coinvolgimento della collettività in un processo decisionale locale che mira a trasferire poteri e responsabilità dal livello Regionale/Comunale alle comunità locali, sulla falsariga del richiamato Localism Act inglese, è dato dalla recente Proposta avanzata dal II Municipio di Roma Capitale e dalle Associazioni Federsupporter e Roma Produttiva al Sindaco di Roma per la ristrutturazione e recupero sociale dello Stadio Flaminio, il cui degrado e abbandono presenta, tra l’altro, preoccupanti problematiche di igiene e sicurezza.
La Proposta è basata proprio sui principi enfatizzati dalla normativa inglese: incentivazione dell’iniziativa dei cittadini e sviluppo del senso comunitario, sempre più penalizzato da una burocrazia elefantiaca e da un atteggiamento di lassismo centrale che sembra voler preparare il terreno per interventi imprenditoriali speculativi a danno, sia della comunità locale stessa, sia delle casse pubbliche.
Una impostazione, quella descritta, che permetterebbe alla comunità locale “il potenziamento del loro ruolo sociale e assicura alle imprese sociali, ai volontari e ai gruppi locali in grado di formulare proposte innovative per il miglioramento dei servizi locali ….consentendo ai residenti di richiedere alle Autorità locali verifiche finalizzate ad una gestione attenta e trasparente del denaro dei contribuenti…” (cfr. “Quartieri in gioco- Localism Act e attivazione locale, un dialogo tra Londra e Milano” Linda Cossa, Politecnico di Milano-Dipartimento di Architettura e Studi Urbani).
E’ proprio su queste basi che è stato costruito il Progetto “Vivi il Flaminio” recentemente portato all’attenzione del Sindaco della Capitale, dal quale si attende una risposta.
Da questa impostazione deriva, come corollario necessario, la parnership pubblico-privato, quale strada obbligata per la realizzazione di una rigenerazione ambientale della comunità locale.
Anche se può essere vera l’affermazione che non esistono impianti a costo zero per i contribuenti, ritengo che una corretta compensazione degli interessi pubblici e privati, in cui gli investimenti siano visti da questi ultimi come rendimento e non come mera speculazione, possa attivare un circuito virtuoso, in conseguenza del quale la comunità “contribuente” riesca ad essere ampiamente compensata del costo sociale pro capite sopportato.
Ritengo, quindi, che un corretto raffronto costi/benefici nella costruzione/ricostruzione di impianti sportivi debba tener conto di tutte le componenti sopra richiamate, tra le quali, gli aspetti finanziari, pur importanti, si presentano secondari, mentre determinante è una affermazione, tanto semplice, quanto evidentemente difficile da comprendere per i “padroncini” del pallone, ma, anche per le Istituzioni , cioè: RISPETTO.
Rispetto per la comunità, per i tifosi che costituiscono gran parte della stessa, per la città che non merita di essere devastata e cementificata, per i valori della storia che ogni Club si porta dietro e che, sempre più spesso, fa fatica a trasmettere alla propria gente.
RISPETTO è certamente una parola che mette paura perché comporta sacrifici sia in chi lo dà sia in chi lo riceve, ma è una “merce” che non si può pretendere di ottenere, come direbbe il mitico Totò, “A prescindere”!
Alfredo Parisi
Roma agosto 2017










