L’ennesimo fallimento del sistema calcio nazionale reso  di palmare evidenza  dalla terza  esclusione consecutiva della nazionale dalle competizioni mondiali di calcio (è  un record !!!),oltre a sollevare i soliti lai fa tornare alla ribalta l’insopprimibile esigenza di una profonda e radicale riforma di tale sistema.

Il sospetto, del tutto legittimo, è, però, che ,ancora una volta come nel passato, l’invocata riforma si risolva in un valzer di poltrone “con Tizio al posto di Caio”, solo per fare “ammuina” ,nonché all’insegna del  motto “ Cambiare tutto perché nulla cambi”.

Fa fede di ciò un, perfettamente inutile, Disegno di legge sulla partecipazione popolare alle società sportive  commentato in una recente nota ( cfr. www.federsupporter.it dell’11 aprile scorso ).

 Una riforma concreta ed essenziale consiste, innanzitutto, nel rendere contendibili le società sportive, in specie calcistiche professionistiche ,vietando, con norme di legge, che un singolo socio, da solo o mediante patti parasociali o  di sindacato, controlli più del 49% del capitale sociale di una società sportiva.

Nel contempo, andrebbe garantito che  almeno il 2% di tale capitale, facente parte del residuo 51% ,fosse riservato ad Associazioni di tifosi- piccoli azionisti costituita secondo le disposizioni al riguardo di cui al Testo Unico in materia di intermediazione Finanziaria (TUF).

In questo modo verrebbe garantito il valore sociale riconosciuto all’attività sportiva, in ogni sua forma, dall’articolo 33, 7° comma della Costituzione e verrebbe,altresì, garantito il rispetto del principio di cui all’articolo 41 della stessa Costituzione, in base al quale l’iniziativa economica privata deve svolgersi non in contrasto con l’interesse sociale.

Valore e utilità sociali che escludono che ad una società sportiva possano applicarsi gli stessi principi e criteri applicabili ad una qualsiasi altra società di capitali priva di quel valore e utilità.

Valore e utilità che non si conciliano con l’instaurazione di veri e propri regimi volti a perseguire, esclusivamente o prevalentemente, fini ed interessi personali, perlopiù extrasociali, del socio di controllo e gestore della società.

Nel contempo, dovrebbe essere vietata, con apposita norma di legge,l’adozione per le società sportive e professionistiche del sistema dualistico di governo sociale, laddove vi siano Società che abbiano un socio di maggioranza che le gestisce. Il tutto nel rispetto della segregazione funzionale tra azionariato, gestione e controllo che condiziona qualunque “buon governo” societario.

Un modello che non può surrettiziamente prestarsi per escludere dalla vita societaria I soci di cui innanzi mediante la concentrazione di tutto il potere sia di comando, sia di gestione, sia di controllo nelle mani di un socio maggioritario.

Un sistema che, in questo caso, rileva come “una scelta opportunistica da parte di un capitale di comodo concentrato, Insofferente dei controlli spettanti, secondo il sistema ordinario, ad un collegio sindacale,non revocabile a piacimento, oppure insofferente del dibattito assembleare e del confronto con le minoranze”.(cfr. “Diritto Commerciale- Le società” ,di Francesco Galgano, Zanichelli Editore,XVII edizione, pagina 349).

Sistema dualistico che, sempre in questo caso, configura il socio di maggioranza, secondo dottrina e giurisprudenza,quale “socio tiranno”.

Al punto che alcune sentenze attribuiscono a tale socio la responsabilità di rispondere con il proprio patrimonio personale degli impegni della società che è  ritenuta un mero schermo formale nell’esercizio di un’attività di impresa sostanzialmente individuale.

Quanto più in generale ai tifosi, npn può non rilevarsi che essi vengono trattati dalle società e Istituzioni sportive, nonché dalle stesse Istituzioni statali , alla stregua di una “societas sceleris”.

Tifosi considerati soltanto soggetti destinatari di comandi, prescrizioni, divieti e sanzioni, queste ultime, peraltro, comminate in spregio del principio di civiltà giuridica e costituzionale della responsabilità personale.

Tifosi, pertanto, considerati non persone, bensì cose, in maniera non troppo dissimile da come venivano considerati gli schiavi nell’antica Roma.

Tifosi che, viceversa, sono o dovrebbero essere il principale patrimonio del calcio e delle società calcistiche.

Avv. Massimo Rossetti

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