Gli errori si commettono.


Ci sono sentenze che costringono a guardarsi allo specchio. E poi ci sono sentenze che fanno a pezzi la narrazione costruita per decenni.

La condanna della Lazio Women da parte del Tribunale Arbitrale dello Sport nel caso della calciatrice svedese Maja Göthberg appartiene alla seconda categoria.
Perché qui non si discute di un rigore, di una plusvalenza, di una clausola contrattuale interpretata male o di una controversia sportiva.

Qui si parla di gravidanza. Di maternità. Di diritti fondamentali.

E di una società che, secondo quanto accertato dal TAS, ha discriminato una propria tesserata proprio a causa della sua gravidanza.
Una vicenda che sarebbe grave per qualsiasi club,ma che assume contorni devastanti quando riguarda la Società Sportiva Lazio.
Già, perché la Lazio non è una società qualsiasi. La Lazio ama ricordare di essere l’unico grande club sportivo italiano insignito della qualifica di Ente Morale, riconoscimento ottenuto con Regio Decreto n. 907 del 2 giugno 1921.


Ente Morale. Due parole che evocano responsabilità, esempio, funzione educativa, valore sociale.
E allora viene spontanea una domanda: che senso ha continuare a rivendicare quel titolo quando una sentenza internazionale certifica una condotta incompatibile con i principi più elementari di rispetto della donna lavoratrice?
Per oltre un secolo la qualifica di Ente Morale è stata esibita come una medaglia. Oggi rischia di trasformarsi in un boomerang.
Perché essere Ente Morale non significa godere di una patente di superiorità etica. Significa essere chiamati a rispondere a standard più elevati.
Più elevati.e non più bassi.
Quando una donna scopre di essere incinta, una società moderna dovrebbe proteggerla. Non considerarla un problema. Non trasformare la maternità in un ostacolo. Non lasciar passare il messaggio che avere un figlio possa compromettere una carriera sportiva.
Eppure il TAS ha ritenuto che proprio la gravidanza sia stata la ragione del mancato perfezionamento del rapporto con la giocatrice.
Una conclusione pesantissima.
Una conclusione che colpisce al cuore non soltanto la Lazio Women ma l’immagine complessiva di un club che da sempre ama rappresentarsi come portatore di valori superiori.
Ancora più inquietanti sono i rilievi relativi alla gestione delle informazioni riguardanti la gravidanza dell’atleta. Aspetti che, se letti insieme al resto della decisione, delineano un quadro che dovrebbe far riflettere profondamente chiunque abbia a cuore la credibilità dello sport.
Per anni il calcio italiano ha riempito convegni e conferenze di parole come inclusione, rispetto, pari opportunità, empowerment femminile.
Poi arriva una sentenza come questa e tutta quella retorica crolla miseramente.
Perché i valori non si misurano nei comunicati stampa.


Si misurano quando una donna resta incinta.


Si misurano quando bisogna scegliere tra convenienza e principi.
Si misurano quando il rispetto dei diritti comporta un costo.
Ed è esattamente in quei momenti che emerge la verità.

La verità, oggi, è che la Lazio si trova davanti a una delle pagine più imbarazzanti della propria storia recente.
Non perché abbia perso una causa.
Le cause si perdono.
Ma perché questa vicenda investe il terreno più delicato di tutti: la dignità della persona.
Ed è qui che il richiamo all’Ente Morale diventa inevitabile.
Perché un titolo conferito dallo Stato nel 1921 non può essere utilizzato soltanto quando fa comodo per celebrare il passato.
Deve comportare responsabilità nel presente.
Altrimenti resta soltanto una targa da esibire nelle ricorrenze e da dimenticare quando i principi entrano in conflitto con gli interessi.
La domanda che oggi dovrebbe porsi ogni tifoso laziale non è se il club abbia una storia gloriosa. Quella nessuno la mette in discussione. La domanda è un’altra.
Che cosa resta dell’Ente Morale quando una sentenza internazionale parla di discriminazione legata alla gravidanza?
Perché tra il prestigio di un decreto reale e la tutela concreta dei diritti di una donna esiste una distanza enorme.

E questa volta la Lazio sembra essersi ritrovata dalla parte sbagliata della storia.

Fabio Fravili

Socio di Federsupporter

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