E, ancora, “La Lazio ha un’impostazione di un certo tipo, per questo è la Lazio. Altrime

 nti saremmo un’altra squadra. Rigore, rispetto, merito (omissis) L’accordo collettivo (per i calciatori ndr.) L’ho fatto io e ho sacrificato certe situazioni, chi vuole stare alla Lazio deve avere i requisiti.”

Ciò premesso, a parte alcune dichiarazioni alquanto pittoresche, come quelle sulle autovetture dei calciatori, su televisori al plasma sfasciati con palle da biliardo, su bevute e danze al Foro Italico, ciò che emerge è una filosofia e una politica societarie nei confronti dei calciatori assolutamente autoritarie, non solo e non tanto basate sul rispetto, pur rigoroso e scrupoloso, di obblighi contrattuali, quanto sull’adesione a principi e concezioni di vita del tutto personali del padrone della Lazio.

Emerge, inoltre, con assoluta chiarezza, che un giocatore, il quale, avvalendosi dei suoi diritti, ritiene di non accettare le condizioni poste per il rinnovo contrattuale, nonché sceglie, anche in questo caso, avvalendosi di un suo diritto, un Agente piuttosto che un altro, magari non gradito al dr. Lotito, viene immediatamente escluso dalla prima squadra, dagli allenamenti di quest’ultima e, sostanzialmente, emarginato e non più utilizzato (altro che “scelte tecniche”).

Quanto sopra, continuando, pur non utilizzato, ad essere retribuito, quindi, con aggravio di costo a carico della società e con la prospettiva, alla scadenza del contratto, di andarsene a parametro zero, con ulteriore grave danno per la società medesima.

Numerosi, d’altro canto, sono stati i casi del genere nella Lazio negli ultimi anni (il più eclatante, finora, è stato il caso Pandev, il quale, valutato dalla Lazio 10 milioni di euro, è andato all’Inter a parametro zero, mentre il caso più eclatante attuale è quello di Zarate, definito nell’intervista del 19 dicembre 2012 “Un pastore in giro per Formello”, che, o per decisione del Collegio Arbitrale o per naturale scadenza di contratto, potrà andare via dalla Lazio, pure egli a parametro zero, avendo comportato un investimento complessivo per la Società, ai fini dell’acquisizione delle sue prestazioni, superiore a 40 milioni di euro).

Il punto si è che, mentre a casa propria e con i propri soldi si può fare ciò che si vuole, altrettanto non si può fare in una Spa, quotata in Borsa, di cui circa il 30% del capitale sociale non appartiene all’azionista di maggioranza e che viene gestita con l’esclusivo impiego delle risorse economiche generate dalla Società stessa.

A una Società che fattura 84 milioni di euro non si possono arrecare danni (il danno consiste sia nel danno emergente, diminuzione patrimoniale, sia nel lucro cessante, mancata opportunità di

guadagno), dell’entità di quelli sopra enunciati, per ragioni di principio personali del suo azionista di maggioranza e Presidente del Consiglio di Gestione.

Gli amministratori di società sono tenuti all’osservanza degli obblighi di legge e statutari; obblighi, tra i quali, spicca il dovere di diligenza, non essendo sufficiente la diligenza dell’uomo medio, bensì essendo necessaria quella determinata in funzione della natura dell’incarico e delle specifiche competenze professionali che si esigono dall’amministratore.

 

Aggiungasi che sono da considerare irregolari nella gestione di una società tutte quelle azioni ed omissioni comportanti l’inosservanza dei principi di corretta amministrazione: principi che si sostanziano in una sana e prudente gestione.

Per “sana e prudente gestione” deve intendersi che le scelte gestionali devono essere conformi a criteri generali di razionalità economica, avuto riguardo ad operazioni che possono presentare elementi di criticità e di rilievo per la situazione economico-patrimoniale della società.

E, certamente, operazioni che mettono o possono mettere a repentaglio o, peggio, compromettere rilevanti interessi economici della società, solo nel nome di principi e convinzioni personali etico-morali dei suoi amministratori, non sembrano poter rispondere a quei doveri di diligenza e di sana e prudente gestione (razionalità economica) richiesti ai predetti amministratori nel loro agire.

Il dr. Lotito si vanta di essere stato lui l’artefice del vigente accordo collettivo dei calciatori.

Dovrebbe allora sapere che, ai sensi di tale accordo, eventuali addebiti debbono essere preventivamente contestati per iscritto al calciatore, il quale, nei 5 giorni successivi, deve essere sentito a sua difesa.

 

Solo esaurita questa fase, la sanzione disciplinare dell’ammonizione scritta e della multa, purchè d’importo non superiore al 5% di un dodicesimo della retribuzione fissa annuale lorda, può essere comminata direttamente dalla società, fatta salva la facoltà del giocatore di impugnare la sanzione dinanzi al Collegio Arbitrale.

La sanzione della esclusione, peraltro solo temporanea, dagli allenamenti con la prima squadra non può essere comminata   direttamente dalla società, dovendosi quest’ultima preventivamente rivolgere al Collegio Arbitrale.

Il dr. Lotito, quindi, non può pensare di potersi, almeno legittimamente, fare giustizia da solo, senza l’osservanza di quelle regole contrattuali di cui egli stesso afferma di essere l’artefice.

D’altra parte, l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni è considerato nel nostro ordinamento un reato (artt. 392 e 393 C.P.).

Senza contare che, secondo la regolamentazione federale, il calciatore può liberamente scegliere da quale Agente farsi rappresentare ed assistere e, secondo l’ormai famosa sentenza Bosman, può liberamente decidere, alla scadenza del contratto, di andare a giocare con la società che preferisce.

La gratitudine e la riconoscenza spesso evocate dal dr. Lotito non appartengono alla sfera dei doveri e degli obblighi contrattuali e non rilevano in tale ambito, fermo restando che ogni società di calcio, come qualsiasi altro datore di lavoro, alla scadenza contrattuale, può, a propria volta, liberamente valutare se continuare ad avvalersi di un calciatore, oltre che in base a requisiti tecnico-agonistici, anche e, in particolare, in base a requisiti etico-morali.

Quanto alla domanda se certi giocatori della Lazio siano fuori mercato, per i quali vadano rifiutate anche proposte indecenti, il dr. Lotito, nell’intervista in esame, risponde “Non è una forma apologetica. Quello che conta è la società”. Un linguaggio che, per comprensibilità e chiarezza, ricorda quello del conte Mascetti, interpretato da Ugo Tognazzi, nel film “Amici Miei”.

2)     Mancanza di uno sponsor commerciale

Alla domanda sul perché la Lazio da molti anni (in pratica dal 2005) non ha uno sponsor sulle maglie, il dr. Lotito risponde. “Questa è una mia lacuna. Non ho forse la forza di avere uno sponsor che abbia i requisiti giusti per la Lazio, non venderò mai una maglia per due milioni, non squalificherò mai la nostra immagine. Se uno prende 8 milioni (la Roma ndr) e me ne offrono solo 2, perché dovrei accettare?”.

Chiarito che, in questo caso, non si sta parlando dello sponsor tecnico, cioè del fornitore alla squadra di tutto il materiale occorrente per svolgere l’attività sportiva, bensì dello sponsor commerciale (main sponsor), cioè del soggetto che sponsorizza l’evento sportivo, è opportuno precisare che le parole pronunciate dall’intervistato ricalcano, pressoché pedissequamente, quelle pronunciate nell’Assemblea ordinaria della Lazio del 28 ottobre 2011, in risposta ad un quesito posto da un piccolo azionista.

In quell’occasione, il dr. Lotito, infatti, disse, come risulta dal verbale dell’Assemblea, “La Lazio non chiede la luna, bensì una congrua e proporzionata valorizzazione del suo marchio che non può essere svilito svendendo la maglia della Lazio, in quanto, pur volendo prescindere dall’aspetto morale della dignità e del valore storico e sportivo della Lazio, che pure ha il suo fondamentale peso, una sponsorizzazione inadeguata dal punto di vista economico porterebbe, tra l’altro, a ripercussioni negative sui diritti televisivi. In termini economici, se le altre squadre di primo piano concludono contratti che vanno da 7 (sette) milioni di Euro (per la Roma) ai 15 (quindici) milioni di Euro del Milan a stagione, non si vede perché la Lazio dovrebbe accettare contratti da 1,5 (uno,cinque) milioni a stagione: la cifra minima, secondo il Presidente, si potrebbe aggirare intorno ai 4 (quattro), 4,5 (quattro,cinque) milioni di Euro. Una delle motivazioni principali nel non riuscire a concludere un soddisfacente contratto di sponsorizzazione sta nel fatto che, a differenza di altre squadre, la Lazio non gode di alcun appoggio istituzionale, necessario a tal fine. La mancata sponsorizzazione, tuttavia, non crea dei depauperamenti di sorta, in quanto la società ha realizzato altre attività che possono costituire rilevanti fonti di reddito, quali, ad esempio, la rivista della squadra, l’apertura di una radio privata di proprietà della Società (caso unico in campo nazionale), la prossima apertura del canale televisivo Lazio dedicato, lo Stadio nuovo (Cittadella dello sport) che, se

finalmente costruito, porterà una notevole capitalizzazione stabile della Società che oggi invece si basa essenzialmente sul capitale di rischio costituito dai giocatori, soggetti a trasferimenti, infortuni e cali di rendimento scarsamente prevedibili”.

In una mia nota dell’11 marzo 2011, consultabile sul sito www.federsupporter.it, di commento a tali dichiarazioni, richiesto, anche in questo caso, da alcuni soci di Federsupporter, piccoli azionisti e sostenitori della Lazio, osservavo quanto segue.

Non si capiva e non si capisce, innanzi tutto, perché un contratto di sponsorizzazione ritenuto insufficiente e inadeguato sia meglio di nessun contratto di sponsorizzazione, con conseguente, mancato introito (lucro cessante) di oltre circa 15-18 milioni di euro, tenuto conto degli anni (almeno 7-8) di mancata sponsorizzazione.

Lascia perplessi il fatto che, per ottenere sponsorizzazioni comparabili con quelle di altre società, sarebbe necessario godere di, peraltro non meglio precisati e di quale tipo, “appoggi istituzionali”, di cui, invece, altre società godrebbero.

Non era e non è condivisibile che una sponsorizzazione economicamente inadeguata avrebbe ripercussioni negative sui diritti televisivi, posto che i criteri di determinazione dei ricavi da tali diritti non prendono in considerazione il valore di contratti di sponsorizzazione, bensì, per gli importi non divisibili in parti uguali, i risultati sportivi, storici e attuali, conseguiti e i bacini di utenza.

Non si comprendeva e non si comprende perché fonti di reddito ricavabili da

 altre attività dovrebbero essere alternative e sostitutive, anziché aggiuntive, rispetto alle fonti di reddito derivanti da sponsorizzazioni.

Rilevavo e ribadisco che non esisteva e non esiste alcuna rendicontazione desumibile da documenti ufficiali e pubblici della Società relativi alle suddette fonti di reddito rinvenienti dalle “altre attività”.

Quanto, poi, alla “Cittadella dello sport”, alias quartiere o piccolo-medio Comune con annesso stadio, osservavo e osservo che si trattava allora (2011) e si tratta oggi (2013) di una realizzazione meramente ipotetica e, comunque, anche in questo caso, non alternativa e sostitutiva, quale fonte di ricavi, di sponsorizzazioni, bensì aggiuntiva.

Osservo, infine, che, secondo i dati dell’Istituto di ricerca Sport Economy, la Lazio risulta l’unica società di Serie A, insieme con il Genoa, partecipante al Campionato 2012-2013, priva di main sponsor e che società, come l’Atalanta, il Cagliari, il Parma, il Chievo, la Sampdoria, il Palermo, sono riuscite ad ottenere contratti di sponsorizzazione di valore superiore a 1,5 milioni di euro per stagione.

Secondo ” Strategie per il business dello Sport” , libro di Autori Vari, frutto delle esperienze maturate nell’ambito del Master in strategie per il business dello sport, realizzato da Verde Sport, braccio operativo del Gruppo Benetton nel mondo dello sport, in collaborazione con

l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Editori Libreria dello Sport 2011 ” Il messaggio  ( ndr comunicazioni al pubblico) viene amplificato  attraverso i mass media e la visibilità dipenderà da quanto il testimonial o la squadra sono mediatici. Il costo della sponsorizzazione evidentemente sarà proporzionale a questa visibilità” .

V’è da chiedersi se, causa dell’offerta alla Lazio di contratti di sponsorizzazione di valore inadeguato, anziché quelle indicate nel 2011 e ripetute nel 2013 dal dr. Lotito, sia invece quella di una Società e una squadra poco mediatiche e, quindi, scarsamente visibili, a parte eventi eclatanti, quale, da ultimo, la vittoria della Coppa Italia.

L’house organ , la radio privata, il canale televisivo di proprietà possono indubbiamente essere utili strumenti di comunicazione, ma essi sono strumenti ad uso prevalentemente interno e non esterno.

In ” La fabbrica del pallone” , di Enrico Flavio Giangreco, giornalista professionista e docente di Teoria della Comunicazione, Rubettino Editore, 2006, si legge ” Da ciò ( ndr, comunicazione chiara, diretta e dettagliata) origina un sistema in cui la comunicazione, grazie anche agli straordinari apporti internettiani, diventa flusso bidirezionale tra una dimensione organizzativa e il pubblico, ma anche dal pubblico alla prima. Infatti, qualsiasi struttura che intenda migliorarsi deve cogliere i segnali che provengono dal basso dai singoli e dalle collettività. Questo vale, a maggior ragione, per una compagine calcistica che voglia farsi partecipe dei valori di fondo tipici di una sana cultura dello sport”.

L’Autore dell’opera citata stigmatizza, inoltre, a contrario e in negativo, una comunicazione che consista essenzialmente in esercizi di abilità retorica o nel tentativo, come egli argutamente dice, di ” fare ammuina”.

Dunque, la soluzione del problema della mancanza di uno sponsor commerciale per la Lazio, a me sembra vada ricercata, non tanto nelle ragioni esposte dal dr. Lotito, quanto in quella di uno scarso appeal della Società e della squadra, dovuto ad una comunicazione poco mediatica, poco visibile, soprattutto all’esterno della propria cerchia di tifosi fidelizzati, non bidirezionale,incentrata pressoché esclusivamente sulla persona e sulla figura del Presidente ( One Man Show) e spesso caratterizzata da quei tratti negativi ( esercizi di abilità retorica e ” ammuina”) evidenziati dal Giangreco.

3)     Il sistema duale di governance societaria.

Nell’intervista il dr. Lotito afferma ” Ho adottato il sistema dualistico per accorciare la catena di comando. Dicevano: Lotito fa tutto: il Presidente , il Direttore. E’ infondato. Ho un gruppo di persone che lavora a mio stretto contatto, ma in una società ci deve essere una sola persona che comanda”.

La Lazio è l’unica fra le società di calcio e fra quelle quotate ad aver adottato il sistema dualistico di governance societario.

Tale sistema si articola ( art. 2409- octies e seguenti C.C.) in due organi : il Consiglio di Gestione che, come dice la denominazione, amministra e gestisce ed il Consiglio di Sorveglianza ( art. 2409 terdecies C.C.) che assorbe in sé le funzioni del Collegio Sindacale e dell’Assemblea dei soci.

Di particolare rilevanza è la funzione di approvazione dei bilanci che, in questo modo, viene sottratta ai soci.

Vale la pena di ricordare che il dr. Lotito,  nelle difese dinanzi alla Consob, nell’ambito della procedura che portò alla Determinazione n. 16326 del gennaio 2008, poi definitivamente confermata dal Consiglio di Stato nel dicembre 2009, che accertava l’esistenza di un patto parasociale occulto per il controllo della Lazio tra il dr. Lotito e l’arch. Mezzaroma con conseguente violazione, quantomeno al 30 giugno 2005, dell’obbligo di OPA totalitaria, violazione che ha comportato per i piccoli azionisti un da

 nno quantificabile in oltre complessivi 10 milioni di euro, tentò, vanamente, di dimostrare l’inesistenza del suddetto patto affermando che ” Vista anche l’adozione del sistema dualistico, l’Assemblea era svuotata di ogni potere” .

Ed è proprio questo svuotamento lo scopo dell’adozione del sistema dualistico, non già, come affermato dal dr. Lotito ” l’accorciamento della catena di comando”.

Accorciamento possibile anche con il  sistema tradizionale monistico che conserva all’assemblea dei soci tutti i suoi poteri.

Assemblea che, controllando il dr. Lotito circa il 70% del capitale sociale, non potrebbe , ancorchè non svuotata dei suoi poteri, comunque ostacolare le volontà e le decisioni dell’azionista di maggioranza o allungare la catena di comando societaria.

Ma, evidentemente, ai soci di minoranza si voleva e si vuole impedire di esercitare il diritto di voto ed ogni possibilità, attraverso un eventuale voto contrario, di esprimere una dissenting  opinion.

Un regime, perciò, di monarchia assoluta o, se si preferisce, di dittatura della maggioranza, senza neppure la possibilità per i soci di minoranza di far valere, nell’organo assembleare, il proprio eventuale dissenso: altro che accorciamento della catena di comando !

L’adozione nella Lazio del sistema di governo dualistico deve, inoltre, ritenersi del tutto ingiustificata ed illegittima, rappresentando un vero e proprio abuso di diritto.

Abuso il cui divieto è ormai riconosciuto come un principio generale del nostro ordinamento e che consiste nella violazione del dovere di solidarietà fondato sull’art. 2 della Costituzione : dovere che impone a ciascuna parte di un rapporto di agire nell’ottica di un bilanciamento degli interessi vicendevoli a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi e diritti contrattuali e di legge.

Violazione che, pertanto, costituisce, di per sé, inadempimento e che può comportare l’obbligo di risarcire il danno che ne sia derivato.

Nel caso della Lazio, l’adozione del sistema dualistico, siccome non giustificata dalla necessità di assicurare la governabilità societaria in presenza di una polverizzazione del capitale sociale e/o dalla mancata volontà del socio di controllo di governare e amministrare la società ( circa il 70% del capitale sociale è concentrato nelle mani del dr. Lotito, il quale governa e amministra ininterrottamente la Lazio dal 2004), bensì unicamente finalizzata, come visto, allo svuotamento dell’assemblea di ogni potere, integra, alla luce di quanto sopra,  una tipica fattispecie di abuso di diritto.

Per finire, una curiosità.

Il 9 giugno scorso il dr. Lotito, nell’ambito di una cerimonia tenutasi a Rieti, dedicata alla memoria di Manlio Scopigno, è stato insignito del Premio ” Manager dell’Anno”.

Strano scherzo del destino per chi, in passato,  più volte, ha definito i manager ” magnager”.

 

Avv. Massimo Rossetti

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