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Ferrari, il dopo Vasseur prende forma: Horner e D’Ambrosio nella partita per Maranello

La Ferrari ha provato a spegnere il caso, ma dietro la presa di posizione ufficiale sul futuro di Frédéric Vasseur la partita interna è già aperta. F1-News.eu è in grado di ricostruire un quadro nel quale il team principal francese ha progressivamente perso parte degli appoggi che ne avevano accompagnato l’arrivo a Maranello e nel quale il tema della successione è ormai entrato concretamente nelle valutazioni del vertice.La posizione pubblica della Scuderia resta netta: piena fiducia in Vasseur, necessità di mantenere il gruppo compatto e volontà di concentrare ogni energia sulla parte finale della stagione. Una linea comprensibile, soprattutto dopo settimane nelle quali il futuro della direzione sportiva ha finito per occupare quasi completamente il dibattito attorno alla squadra. Ma dietro questa difesa del presente, a Maranello si lavora anche al futuro.


Il problema di Vasseur non riguarda più soltanto i risultati. Il francese oggi trova meno alleati rispetto all’inizio del proprio ciclo. Il rapporto con John Elkann si è raffreddato, quello con Benedetto Vigna è ancora più complesso e anche Lewis Hamilton non rappresenta più quella naturale sponda politica che aveva accompagnato il suo arrivo in Ferrari.

Proprio Hamilton è uno dei punti centrali della vicenda. Il sette volte campione del mondo continua a sostenere pubblicamente Vasseur, ma non ha condiviso pienamente la gestione dei piloti adottata durante il 2026. Hamilton è arrivato a Maranello per inseguire l’ottavo titolo mondiale e, nel momento in cui quella possibilità è diventata concreta, si aspettava una Ferrari capace di sostenerlo con maggiore decisione. La gestione paritaria con Charles Leclerc, i chiarimenti interni e alcune tensioni emerse durante la stagione hanno incrinato un rapporto che all’inizio sembrava rappresentare uno dei punti più solidi dell’intero progetto.

Allo stesso tempo, il possibile arrivo di Christian Horner apre per Hamilton uno scenario quasi paradossale. L’ex uomo forte della Red Bull è stato uno dei grandi avversari della sua carriera, soprattutto durante il durissimo Mondiale 2021. Ma Hamilton conosce perfettamente il valore dell’ambizione e sa che il risultato viene prima delle vecchie rivalità. Se Horner entra nel progetto Ferrari, Lewis deve resettare quel rapporto e lavorare con un uomo che incarna esattamente quel tipo di leadership forte, aggressiva e politicamente pesante che a Maranello oggi manca.


Il nome di Horner, del resto, non nasce adesso. F1-News.eu aveva già raccontato nel maggio 2025 dei contatti e delle telefonate con John Elkann. Il presidente Ferrari lo considera da tempo un profilo ideale per restituire alla Scuderia non soltanto forza gestionale, ma anche peso politico nei confronti dei grandi avversari, a partire da Toto Wolff.

Accanto a Horner resta molto forte la pista Jérôme D’Ambrosio. Il belga rappresenta una soluzione completamente diversa: interna, meno traumatica, già inserita nei meccanismi di Maranello. Benedetto Vigna lo apprezza per il carattere più rigido, diretto e intransigente nella gestione del gruppo. D’Ambrosio conosce la struttura, gli uomini e i problemi della Ferrari attuale e rappresenta la possibilità di cambiare senza demolire tutto ciò che è stato costruito negli ultimi anni.
La vera partita, però, non riguarda soltanto i nomi. Riguarda il potere.

Ferrari negli ultimi anni ha distribuito responsabilità tra più centri decisionali. Presidenza, amministratore delegato, team principal, area tecnica, piloti: troppe linee di influenza hanno spesso prodotto sovrapposizioni e tensioni. Vasseur stesso è stato progressivamente fagocitato da una struttura nella quale ha risposto dei risultati senza controllare sempre ogni leva del sistema.
Ed è proprio questo il punto che ha creato maggiore insoddisfazione ai vertici. La gestione Hamilton-Leclerc ne è stata un esempio evidente: due piloti fortissimi, troppe situazioni lasciate arrivare allo scontro e una linea interna definita spesso soltanto dopo il problema.

Il modello vincente della Ferrari di Jean Todt era completamente diverso. La struttura era piramidale. Todt rappresentava il vertice sportivo, Ross Brawn quello strategico, Rory Byrne il riferimento tecnico e Michael Schumacher il pilota attorno al quale veniva costruito il progetto. Le responsabilità erano nette e soprattutto il potere seguiva la stessa direzione.

Se Ferrari sceglie Horner, deve tornare verso quella logica. Il britannico non arriva a Maranello per diventare un semplice amministratore del quotidiano. Ha bisogno di autonomia, controllo e libertà decisionale. Senza questi strumenti, il suo eventuale arrivo perde gran parte del proprio significato.
Parallelamente, Ferrari e Vasseur stanno ragionando anche su un’uscita accompagnata al termine della stagione. Non una rottura traumatica e non una cacciata pubblica, ma un percorso ordinato che consente al francese di chiudere il 2026 mantenendo il gruppo compatto e di dedicare maggiore spazio alle proprie priorità personali. La Scuderia, nello stesso tempo, prepara la successione senza trasformare gli ultimi mesi dell’anno in una guerra interna.


È questo il punto che spiega anche la recente presa di posizione ufficiale a sostegno di Vasseur. Ferrari difende il proprio team principal perché oggi ha bisogno di stabilità. Ma la pianificazione del dopo è già entrata in una fase concreta.
La fotografia attuale vede Horner e D’Ambrosio come i due nomi principali. Il primo rappresenta la rivoluzione e il ritorno a una leadership forte e piramidale. Il secondo rappresenta una trasformazione interna, più controllata e meno traumatica.

Il tema decisivo, però, resta sempre lo stesso: prima ancora di scegliere chi guiderà Ferrari, Maranello deve decidere quanto potere consegnargli.
Perché il “gigante addormentato” descritto da Horner non ha soltanto bisogno di un nuovo uomo al comando. Ha bisogno, prima di tutto, che sia finalmente chiaro chi comanda davvero.

Mirko Borghesi

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